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MOVIE | IL LABIRINTO DEL FAUNO, GUILLERMO DEL TORO

Buonasera e bentrovati, oggi accantoniamo i libri e ci dedichiamo ai film, perché per quanto io abbia pochissimo tempo e riesca a vederne uno/due al mese, il cinema rimane una mia grande passione. Oggi vi parlo di Il labirinto del fauno (El laberinto del fauno), un film del 2006 scritto e diretto dall’eccezionale Guillermo del Toro – uomo dai moltissimi talenti: regista, sceneggiatore, produttore cinematografico e scrittore messicano. L’ho conosciuto troppo tardi con Crimson Peak, ma ho imparato ad apprezzarlo grazie alla serie animata Trollhunters prodotta da Netflix (esiste anche il libro edito DeAgostini) e alla serie tv horror The Strain trasmessa da Fox, di cui voglio recuperare anche la trilogia cartacea (La progenie, La Caduta, Notte Eterna).

Ho scoperto, a posteriori, che Il labirinto del fauno fa parte di una trilogia (incompleta, che spero non venga abbandonata) di film fantastici ambientati durante la guerra civili e il dopoguerra spagnolo. Si tratta, quindi, di un film che presenta una realtà storica in chiave fantasy – horror, quasi una sorta di fiaba dark e, infatti, l’incipit con cui veniamo introdotti nella storia ricorda un po’ quello delle favole:

« Tanto tempo fa, nel regno sotterraneo, dove la bugia, il dolore, non hanno significato, viveva una principessa che sognava il mondo degli umani. Sognava il cielo azzurro, la brezza lieve e la lucentezza del sole. Un giorno, traendo in inganno i suoi guardiani, fuggì. Ma appena fuori, i raggi del sole la accecarono, cancellando così la sua memoria. La principessa dimenticò chi fosse e da dove provenisse. Il suo corpo patì il freddo, la malattia, il dolore, e dopo qualche anno morì. Nonostante tutto, il Re fu certo che l’anima della principessa avrebbe, un giorno, fatto ritorno, magari in un altro corpo, in un altro luogo, in un altro tempo. L’avrebbe aspettata, fino al suo ultimo respiro. Fino a che il mono non avesse smesso di girare. »

L’anno è il 1944, il luogo la Spagna franchista. La guerra civile si è conclusa e Francisco Franco ha preso il potere, ma nelle zone montuose sono ancora presenti dei ribelli che non si arrendono al nuovo regime. È in questo contesto che conosciamo Ofelia, una bambina dotata di una fervida immaginazione che sviluppa una realtà parallela in cui la magia e il fantastico regnano sovrani. Nella casa in cui risiede, insieme alla madre e al patrigno, Ofelia scopre un antico labirinto e incontra un fauno che le rivela che lei è la reincarnazione della principessa Moana, figlia del Re del mondo sotterraneo e che per ritornarvi dovrà superare tre difficili prove.

L’intero film si svolge su due dimensioni narrative che si intrecciano e si mescolano in modo tanto sottile e delicato da produrre un effetto sublime e surreale. C’è la realtà, in cui Ofelia viene costretta a trasferirsi nella casa di un capitano franchista, nuovo compagno della madre, che fin dalle prime scene si rivela un uomo brutale, cattivo, che per la bambina non prova nessun affetto. C’è una madre che dichiara di “essere stata sola troppo a lungo” dopo la morte del vero padre di Ofelia e che per questo chiude gli occhi davanti a tanta violenza, pur amando immensamente la figlia. C’è il piano immaginario, in cui il labirinto rappresenta un porto sicuro, un luogo di pace, un rifugio dagli orrori della realtà. Esteticamente parlando il film è divino.

Con il dipanarsi della trama, assistiamo ad un viaggio di formazione della principessa Moana. Proprio come nelle favole, per riconquistare il posto che le spetta deve affrontare tre prove e abbiamo tutti gli elementi che porteranno alla crescita del personaggio. Primo tra tutti è il fauno, che assume la funzione di un mentore e ha il compito di istruire Ofelia, di rivelare la sua natura e di indirizzarla sul suo cammino e le prove che dovrà superare. Una di queste è la paura, identificata con l’uomo pallido, una creatura umanoide con un corpo bianco latte e raggrinzito, dotato di lunghe dita artigliate e creatura molto affascinante (insieme al fauno). Il suo tratto distintivo è il così detto Tenome: l’uomo pallido ha un’anatomia scombinata e uno delle sue peculiarità più grottesche sono i bulbi oculari sui palmi delle mani. La scena che lo riguarda è una di quelle che dopo la fine del film si ricordano maggiormente, l’uomo pallido è, infatti, la personificazione dell’incubo. L’ultima prova, quella più difficile, il cui superamento la riporterà nella sua vera casa è il sacrificio: il fauno la incita a donare il sangue del fratellino appena nato – sangue di un innocente – per aprire la porta, Ofelia rifiuta all’istante. Questa si rivela la scelta giusta, perché come ci rivela il narratore, il sangue innocente richiesto è il suo e la principessa Moana fa finalmente ritorno nel mondo sotterraneo.

Spendiamo ora due parole, sul generale Vidal, che all’interno della storia rappresenta il vero antagonista. Si tratta di un ufficiale franchista che rappresenta una figura pseudo genitoriale per Ofelia. Il generale Vidal brutale, crudele e sadico (fortissime le scene degli interrogatori) rappresenta tutta la ferocia dell’autoritarismo del regime. Proprio come nelle fiabe, i suoi uomini sono gli orchi cattivi e il manipolo di ribelli che si battono contro di loro sono gli eroi della storia.

Questo film, oltre a riprodurre uno spaccato storico sulla Spagna franchista, ci parla di soprusi e di innocenza e di un mondo alternativo, creato su misura, in cui trovare pace. Respirare ed essere liberi. Le ultime scene sono strazianti e ci rivelano che il potere dell’immaginazione, per quanto forte, non riuscirà a salvare Ofelia dalle atrocità del mondo in cui vive.

Cercherò di recuperare al più presto il primo film della trilogia “La spina del diavolo”. Nel frattempo, voi avete visto questi due film? Avete visto qualcos’altro di Guillermo del Toro? Che cosa ne pensate? Come sempre, se l’articolo vi è piaciuto, non dimenticate di lasciare una stellina. A presto!

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