historical fiction, iperborea, letteratura svedese, recensione

RECENSIONE | IO NON MI CHIAMO MIRIAM, MAJGULL AXELSSON

Essendo martedì, dovrei seguire la programmazione del blog e postare uno spezzone di una pagina a caso del libro che sto leggendo – chiamasi Teaser Tuesday. Ma essendo impelagata ancora con quel bel mattoncino che è L’ombra dello scorpione di Stephen King (spoiler: mi sta piacendo un sacco) ho deciso di fare un’eccezione e di parlarvi, invece, di un bellissimo libro che ho terminato da poco. Da quando Federica Guglietta (Il lunedì dei libri) ne parlò su Instagram, ogni volta che entravo in una libreria, questo titolo stuzzicava la mia curiosità di lettrice. Sto parlando di Io non mi chiamo Miriam della scrittrice, drammaturga e giornalista svedese Majgull Axelsson. Provo un piccolo segreto dispiacere nel doverlo restituire alla mia biblioteca, vorrei che un libro così tragicamente bello facesse parte della mia personale libreria e forse un giorno lo farà.

Miriam inclina il bracciale e vede l’incisione. A Miriam nel giorno del suo ottantacinquesimo compleanno. E poi la data. Miriam. […] Le lacrime le salgono agli occhi costringendola a battere le palpebre per scacciarle e le parole le balenano nella testa, quelle parole che non può dire, quelle parole che non ha mai detto, non una sola volta da quando è arrivata in Svezia. Io non mi chiamo Miriam. […] Poi lo dice. Poi lascia che quelle parole le affiorino alle labbra.

Nel giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, un’elegante signora svedese riceve dalla sua famiglia un bracciale artigianale di fattura zingara con inciso il suo nome. Per sessantotto anni, Miriam è riuscita a tacere la verità sulla sua identità e la sua storia, subendo il peso che mentire ai tuoi cari per tutti quel tempo comporta. Ma di fronte a questo dono singolare (e provvidenziale), Miriam sente la necessità di rivelarsi alla nipote Camilla. Entriamo così nel passato di Miriam, facendo conoscenza con la sua parte nascosta: Malika, una ragazzina rom sopravvissuta ai campi di concentramento fingendosi ebrea, che ha trovato una calorosa accoglienza in Svezia, ma che non si è sentita del tutto sicura e integrata, al punto di decidere di vivere la vita di un’altra donna. Malika diventa così Miriam Goldberg.

Ho pensato spesso a lei. A Miriam.
La persona di cui ho vissuto la vita.

Come l’autrice ci tiene a far sapere, questa non è una storia vera. I personaggi – in prevalenza femminili – sono tutti inventati, con tre eccezioni: il dottor Josef Mengele, il medico dei bambini, conosciuto anche come “Il medico delle caramelle”; Bernhard Petterson, un uomo buono, un benefattore svedese realmente esistito; la carceriera Binz, una sorvegliante presente al campo di concentramento a Ravensbrück. Questa storia si basa su eventi storici realmente accaduti (ovviamente) e si accenna ad una “notte degli zingari” in cui tremila rom vennero gasati e bruciati, alla resistenza opposta nel settore degli zingari ad Auschwitz, si parla degli esperimenti sul noma che il dottor Mengele testava sui bambini.

Il tema principale, immensa colonna portante di tutto il romanzo è sicuramente l’Olocausto, il genocidio in massa degli ebrei. L’elemento originale introdotto dall’autrice è uno spaccato su tutte le altre minoranze che vennero deportate (rom, polacche, prigionieri/e polici/che) e sul diverso trattamento che queste ricevevano all’interno del campo. Come dice Miriam: le guardie odiano gli ebrei, ma gli altri prigionieri detestano molto di più gli zingari: ladri, opportunisti, senza fissa dimora. Connotazioni tanto negative da indurre i nazisti a creare un settore dedicato ai rom e alle loro famiglie, tanto temuti da ottenere il permesso di non separarsi dai mariti, dalle mogli, dai figli, dai padri e dai fratelli e di continuare a vivere una vita, misera e crudele e breve, ma almeno insieme. Dal tema principale si snodano dei microtemi e uno di questi è il segreto che va a braccetto con la memoria. Nel momento in cui Malika scende dal treno e scambia il suo vestito malridotto con quello di un’ebrea morta che porta il nome di Miriam Goldberg e il triangolo giallo degli ebrei, accetta – dapprima inconsciamente, poi volontariamente – di diventare un’altra persona. Che cosa spinge Malika a comportarsi in questo modo? La sopravvivenza. Ne vale la pena? Malika pensa di sì. E porterà il peso di questo suo tradimento nei confronti del suo popolo fino la suo ottantacinquesimo compleano come una sorta di penitenza. Miriam Goldberg aiuta Malika nel campo di concentramento, dove una norvegese si occupa di lei alla stregua di una madre, ma le lascia intendere che non ha alcun riguardo per gli zingari – ladri! li chiama. Ed è qui che Malika avverte che è necessario mentire per non essere esclusa e venire abbandonata a se stessa. Dopo la liberazione, una volta raggiunta la Svezia, alcuni episodi dolorosi con i tattare – una minoranza svedese affine agli zingari – la convincono che rimanere Miriam Goldberg è la strada giusta. Anche in Svezia, un paese che la guerra non ha nemmeno sfiorato, gli zingari sono visti come feccia e come tali devono essere allontanati.

Non si può dire tutto. Non se si è della razza sbagliata e si è vissuto sulla propria pelle l’intero secolo.

L’ultimo elemento che attraversa tutto il romanzo è la fiducia. In tempi così bui, è difficile, quasi impossibile, scegliere chi è degno e chi no, che eventualmente potrà coprirci le spalle e chi invece ci tradirà alla prima occasione. In Io non mi chiamo Miriam ho incontrato personaggi splendidi. Donne fiere, orgogliose, decise a non chinare la testa e a sopravvivere, collaborando.

La trama si svolge su due piani temporali: il presente, in cui Miriam è una donna svedese ormai anziana che vive con il figlio e la nuora e nel giorno del suo ottantacinquesimo compleanno si ritrova a raccontare la sua storia di sopravvissuta alla nipote Camilla; il passato con tutte le memorie a cui accediamo tramite il vestibolo dei ricordi, una stanza quasi magica, adorna di cassettini e porte, che custodiscono la storia di Miriam/Malika.

Questo romanzo ha toccato più di una volta le corde del mio cuore facendole vibrare di dolore e di vergogna. Di quali orrori è capace l’animo umano. Il linguaggio è molto semplice e forse questo rende più duro digerire la durezza di alcune scene. Non si tratta di horror, né di fantasia, tanto meno di una probabile distopia. Tutto questo è accaduto per davvero e mi vengono i brividi al solo pensiero. Il nemico non è inventato e ancora una volta mi viene da dire che l’uomo è uno dei più grandi cattivi che sia mai stato creato. Uno dei personaggi che io ritengo più raccapricciante è Josef Mengele, un tale livello di perfidia umana, di assenza di empatia e compassione, di assenza di scrupoli è spaventoso.

A chi ha scritto che questo è un libro banale, dalla prosa piatta e noiosissima, che i salti temporali sono pessimi e incomprensibili. Non credo di aver letto lo stesso vostro libro.

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Titolo: Io non mi chiamo Miriam
Autore: Majgull Axelsson
Casa editrice: Iperborea
Pagine: 421
Prezzo di copertina: 19,50 euro

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2 risposte a "RECENSIONE | IO NON MI CHIAMO MIRIAM, MAJGULL AXELSSON"

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