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Recensione | L’uomo di Marte, Andy Weir

Cattura

La memoria non m’assiste, pertanto non ricordo quando ho acquistato questo libro, deduco molto tempo fa. Credo che a spingermi sia stato il prezzo irrisorio con cui le edizioni economiche Newton Compton ci tentano. So perfettamente cosa state pensando della casa editrice, lo penso anche io, ma questa volta posso ritenermi sorprendentemente soddisfatta: la copertina non è un pasticcio e non è il faccione di Matt Damon, ma un sobrio astronauta avvolto in una portentosa tempesta di sabbia e, udite udite, non ci sono orrori ortografici, impaginazioni a caso e, per quanto possa dirne, refusi o errori di battitura di sorta. In conclusione, l’edizione non è malevola. Ora che ho finito di spezzare lance a favore di una casa editrice notoriamente poco apprezzata ( anche da me ), passiamo al romanzo. Per me è venuto prima l’adattamento cinematografico di Ridley Scott e, per quanto io abbia apprezzato altri suoi prodotti come Thelma & Louise, Blade Runner, Soldato Jane, Hannibal o anche la mini serie I pilastri della Terra, devo dire che The Martian mi ha entusiasmata davvero poco. La fantascienza è un campo che esula un po’ dai miei gusti personali e nonostante io trovi che l’interpretazione di Matt Damon sia stata eccellente, per me il film si è concluso con un’alzata di spalle e un sospirato meh. Ho adorato moltissimo il panorama spaziale e l’umorismo del protagonista e ho sperato ardentemente che in fondo si salvasse ( anche se trovo che dopo tutti gli sforzi, farlo morire, fosse ancora più ironico ), ma mi sono annoiata su nozioni scientifiche e tecnicismi ( futuri? Non so dirlo! ) che non mi interessavano, seppur fossero essenziali per la sopravvivenza dell’uomo.

Mark Watney è stato uno dei primi uomini ad approdare su Marte. (Ma anche uno dei primi uomini a coltivare patate su Marte, a riciclare pipì su Marte, a truccare rover su Marte, piuttosto che a guardare fuffa anni 60 su Marte). Al solo sesto giorno di missione, una portentosa tempesta di sabbia minaccia la missione del suo equipaggio che, credendolo morto, abbandona il pianeta e intraprende il viaggio di ritorno sulla Terra. Peccato che Mark non è affatto morto e ora si ritrova su un pianeta inesplorato a tentare di sopravvivere a colpi di umorismo e ottimismo (che è il profumo della vita), con il solo aiuto di sé stesso e delle sue conoscenze.

Il fatto di conoscere già a grandi linee la trama mi ha rovinato un po’ l’emozione della scoperta. Il film non è il libro, è vero. Ma se l’adattamento cinematografico rimane sorprendentemente fedele al libro? Ecco, appunto. Mi aspettavo gli episodi salienti e i suoi colpi di genio e le trovate assurde con cui Mark Watney era in grado di risolvere problemi apparentemente insormontabili. Che poi questi problemi sarebbero davvero insormontabili per i comuni mortali come noi che non abbiamo basi solidi di chimica e fisica, che di legami e fusioni non ci capiamo un tubo, ma per Mark – ingeniere botanico – sono quanto di più normale ci possa essere su Marte. Quello che ho apprezzato di più, nel libro, è quanto venga accentuata l’autoironia del protagonista, a volte mi sono davvero ritrovata a sorridere e a dovermi giustificare con chi mi stava attorno. La preparazione e la prontezza di spirito con cui Mark riesce ad affrontare ogni situazione avversa è davvero una spinta a non arrendersi e a continuare a provare, tenendo conto delle nostre conoscenze e delle situazioni. Non dobbiamo scordare che Mark Watney è un astronauta della Nasa, ha preparazione fisica e mentale per questo tipo di “incidenti”. Proprio per questo mi sento di dissentire con quelle persone che dicono che il libro difetti di realismo a causa di un’analisi della mancata esplorazione dell’impatto psicologico che la situazione ha su Mark. Mark Watney, è esplicitato nel libro, è entrato a far parte dell’equipaggio proprio per la sua caratteristica di essere un ottimista, per riuscire a creare una sorta di legame tra membri con caratteri diametralmente opposti, per il suo buon umore. Queste qualità, sommate alla sua preparazione, sono tutto ciò che ha a disposizione su un pianeta ospitale e secondo me ne fa un uso egregio. Ha momenti di disperazione, ma ripeto, è stato istruito per affrontarli e se ci mette un pizzico di creatività propria è solo a favore dei lettori.

Proprio come nel film, i tecnicismi mi hanno rallentata. Essendomi fermata alla fisica e alla chimica della seconda liceo, per me è stato come leggere arabo. Eppure – a differenza di altri – non ho saltato nessuna pagina, con pazienza (e lentezza) mi sono impegnata a decifrare formule e a capire perché Mark fosse saltato in aria, o perché invece fosse sopravvissuto ad un esperimento potenzialmente letale. So, da fonti esterni, che i dati tecnici sono tutti molto esatti e precisi e ho deciso di fidarmi e di dichiararlo un libro molto fedele alla scienza.

La mia passione di viaggi spaziali (in realtà, molto più interstellari) si ferma a Star Wars che con The Martian c’entra pochissimo. Ho odiato, non me ne vogliate, Guida Galattica per Autostoppisti dalla prima all’ultima pagina per il non sense, ma L’uomo di Marte c’entra pochissimo anche con questo. E’ un romanzo plausibile e perciò godibilissimo per quanto riguarda i miei gusti personali. Booklist l’ha definito come “La storia di un coraggioso Robinson Crusoe del ventunesimo secolo su Marte. Avvincente.”, e io non posso che dichiararmi d’accordo.

Intreccio: 2.5 / 5
Personaggi: 3.5 / 5
Ambientazione: 4 / 5
Linguaggio: 4 / 5
Totale: 3.5

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Titolo: L’uomo di Marte
Autore: Andy Weir
Casa editrice: Newton Compton Editore
Pagine: 380
Prezzo di copertina: 4,90 euro

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