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RECENSIONE | A LITTLE LIFE – HANYA YANAGIHARA

A little life, Doubleday
Marzo 2015, 720 pp, 9,70 euro

Mi sono imbarcata in questa lettura titanica, spinta dalla curiosità delle recensioni contrastanti che ha ricevuto e ora che ho terminato il romanzo posso comprendere sia chi ha versato ettolitri di lacrime e si è rannicchiato sotto il piumone come un bozzolo deforme, sia chi l’ha chiuso con la voglia di scagliarlo potentemente il più lontano possibile. A little life è un libro triste, già la copertina (ndr ‘Orgasmic Man‘) ci preannuncia che il mai una gioia regna sovrano. 

La narrazione segue quattro compagni di stanza – Jude, Willem, JB e Malcolm – di un prestigioso college americano che approdano nella grande mela per raggiungere il prestigio e il successo che meritano. JB diventerà infatti un artista apprezzato, Malcolm un architetto famoso, Willem un acclamato attore e Jude un avvocato affermato e influente. Con il passare degli anni la loro amicizia si solidifica attraverso le difficoltà della vita, dei primi lavori, delle relazioni intessute; la dipendenza di JB e il passato oscuro di Jude. [ Detto così sembra anche tutto molto bello. ]

Il romanzo è diviso in sette parti, di cui la prima e l’ultima coincidono. La storia finisce esattamente dove inizia, e la narrazione segue l’ordine cronologico nonostante sia impregnata di innumerevoli flashback e pensieri fuori dal tempo. Inizialmente, il narratore onnisciente si concentra sul coro di personaggi che incontreremo (con maggiore o minore frequenza) lungo tutto il corso del romanzo, ma ben presto il focus si sposta su Jude, sulle meccaniche che regolano il suo rapporto a tutti gli altri, e in alcuni punti sarà un Harold ( suo professore e successivamente padre adottivo ) del futuro e più anziato a parlarci. 

I temi trattati sono innumerevoli, quasi tutti con potenza di impatto molto forte. A little life è un romanzo sulle relazioni, sui legami, in questo caso di uomini che si amano, si rispettano e con un tacito accordo si prendono cura di Jude. Il pugno nello stomaco arriva sicuramente dalla sequela di abusi ( fisici e psicologici ) subito da Jude in tenera età e che segneranno la sua vita permanentemente, impedendogli di vivere una vita ( sessuale ) piena e soddisfacente. I traumi lo porteranno, infatti, a schivare le attenzioni, a punirsi e ad autodistruggersi sotto gli occhi vigili e preoccupati di chi gli sta accanto. Seguono il dolore cronico e incessante che fa da padrone nella sua quotidianità, la seria disabilità che gli toccherà nel mezzo della vita e quello che più mi ha colpita e amareggiata: la violenza auto inflitta con tanta perseveranza e convinzione da farmi digrignare i denti per la rabbia. 

Per assorbire il lettore per oltre 700 pagine un libro deve essere scritto in modo quantomeno decente e la Yanagihara non è affatto una stupida: non fa che gettare i semi del tormento della sofferenza tra una pagina e l’altra, senza spiegare in modo dettagliato da cosa questi derivino, piccoli morsi che ti lasciano l’acquolina in bocca e ti portano a seguire il profumo fino al fornello della cucina dove il pentolone di incidenti e catastrofi sembra sempre lì lì per essere servito. La Yanagihara ha quindi una prosa efficace e affatto complessa [ anche in inglese ]. Credo che oltre ad una mescolanza di razze, sesso e sessualità, questo è uno dei pochi punti forti del romanzo, perché purtroppo a mio avviso i punti deboli sono in netta superiorità. 

Non me ne vogliate, ma A little life pecca di plausibilità. A partire da Jude che è un ottimo avvocato, un matematico brillante, un eccellente pianista, un fantastico cuoco [ qualcos’altro? ], ma è marcio dentro. Jude è indubbiamente un personaggio complesso, nonché spezzacuore. E’ danneggiato e non ha ( o non si dà ) la possibilità di ricostruirsi, nulla e nessuno può salvarlo. Possiede ( o si impone ) numerose limitazioni, primo da tutti la volontà di nascondersi  dietro una cappa di solitudine auto imposta per sfuggire il tormento di dover rispondere delle sue scelte [ sbagliate ] di vita e di come ha deciso di affrontarla. E qui la domanda sorge spontanea: perché tutti amano Jude? Per tutto il libro non fa che chiedere scusa per il suo comportamento autodistruttivo [ e nel frattempo rifiuta ogni aiuto! ] Perché queste persone sono amiche? Perché hanno frequentato la stessa scuola? Scusa Hanya, ma non basta. Oltre all’inettitudine alla vita di Jude, non abbiamo nessun elemento che ci spieghi esattamente il perché queste persone siano rimaste unite per così tanto tempo, l’autrice ci dice solo che lo sono. [ grazie! ] Ma non basta, perché i quattro non solo hanno avuto un enorme successo nei loro campi di interesse, ma viaggiano continuamente in paesi esotici, comprano loft, partecipano ad eventi esclusivi, si impegnano nel non profit. [ il life porn, proprio ] Dulcis in fundo, manca totalmente il contesto storico, non abbiamo nessuna informazione su cosa stia avvenendo nel mondo. 

Hanya Yanagihara ha giocato con qualcosa di serio e profondo. Ha colpito il lettore con tutte le insicurezze che lo interessano lungo l’arco della vita. Ci sono momenti in cui tutti noi ci sentiamo meno amati, usati, danneggiati e combattiamo con la vocina che ci dice che non siamo abbastanza, che siamo un fallimento personale e una delusione per chi ci ama e ripone speranza e fiducia in noi. Ma arriva un punto nella vita, in cui impariamo ad accettare e ad affrontare, persino ad amare le differenti sfumature di grigio che la vita ci propone ( e impone ). Per me questo romanzo, è un elogio al fallimento inaccettabile, ma se l’intento dell’autrice ( come da lei dichiarato ) era quello di creare una personaggio e una storia senza via di uscita, che iniziassero corrotti, feriti e malati e finissero nello stesso modo, allora applausi per Hanya, good job!



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Una risposta a "RECENSIONE | A LITTLE LIFE – HANYA YANAGIHARA"

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