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RECENSIONE | DISTURBO DELLA QUIETE PUBBLICA – R. YATES

Disturbing the peace, Minimum Fax, 
Novembre 2014, 285 pagine, 12 euro.

“I segni dell’autodistruzione sono in quest’uomo fin dall’inizio.”

Ho sempre voluto approcciarmi a Richard Yates e al suo stile crudo e autentico nel rappresentare le controversie del sogno americano e Libraccio me ne ha dato l’opportunità piazzandomi sotto il naso Disturbo della quiete pubblica a metà prezzo. È forse la sua opera meno riuscita e meno amata, ma che ha costituito per me un ottimo punto di partenza e il principio di una speranzosa ascensione nella sua bibliografia (Revolutionary Road, da cui è stato tratto l’omonimo film con Leonardo di Caprio e Kate Winslet; Undici solitudini; Easter Parade e i suoi romanzi minori tutti riesumati e riediti da Minimum Fax in una veste grafica magnificamente minimalista e curata). Yates scrive bene: lo si può amare, lo si può odiare, ma non si può dire il contrario.
Siamo nell’America degli anni 60, Kennedy è presidente, il fervente benessere post bellico sta lentamente scemando e il sogno americano non si sta rivelando all’altezza delle aspettative di tutti. Ed è questo che Yates, in Disturbo della quiete pubblica, si impegna a rappresentare: l’altra faccia della medaglia, quella dei falliti e dei perdenti, degli inetti che cercano in tutti i modi di raggiungere un ideale di perfezione imposto dalla società.
John Wilder è un pubblicitario di modesto successo, ha una moglie e un figlio, possiede una casa ed un’automobile, una coppia di amici abitudinari e anche qualche ragazzetta che saltuariamente lo intrattiene. Eppure il senso di inadeguatezza lo attanaglia, una profonda insoddisfazione lo rende un uomo infelice e lo porta a mettere in moto un’opera di volontaria autodistruzione. La famiglia improvvisamente appare ai suoi occhi come una pessima recita, la moglie apatica e inconsistente, il conforto di una donna giovane e bella lo aiuta in principio, ma a lungo andare non gli giova. Si getta in un’impresa, nel sogno di gioventù entusiasta, ma presto perde interesse. L’alcool diventa conforto e padrone della sua vita fino al tracollo e all’internamento, facendoci assistere ad una degradazione graduale dell’individuo fino alla pazzia clinicamente riconosciuta e alla sua rassegnazione, e in parte accettazione, della sua condizione psichica, tanto che uscire dal reparto non gli sembra una cosa possibile.

Sapeva che la domanda successiva sarebbe stata la più difficile, ma era decisa a fargliela comunque. Forse non sarebbe mai più tornata in California; forse non lo avrebbe visto mai più. Dovette aspettare che il groppo alla gola le passasse, prima di potersi fidare della sua voce. “John, non hai nessun progetto o… voglio dire… non hai mai pensato a quello che farai una volta uscito da qui?”
Lui sembrò perplesso, come se lei gli avesse posto un indovinello. “Uscire da qui?”, disse.

È un’opera convincente e credo fortemente che nonostante il tema sia oscuro e pesante, sia anche profondamente umano e attuale. Il senso di inadeguatezza e di incessante insoddisfazione è tutt’ora una piaga della società. L’alcolismo, le relazioni forzate e abitudinarie, la mancanza di comunicazione, lavori che pagano ma che non soddisfano, la depressione, sono tutti temi che ci riguardano fin troppo da vicino. A nessuno importa veramente degli altri. Gli amici non sono veri amici. I genitori sono interessati al ruolo che i figli interpreteranno da adulti completi e formati, ossessionati dall’apparenza. Il lavoro spesso non è costruttivo. Gli psichiatri non vedono l’ora di liberarsi dei pazienti. Questo libro dipinge un mondo orrendo, uno in cui spesso ci si sente di abitare. 
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