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TRASH: PARLIAMO DI RIFIUTI

Re Mida trasformava in oro tutto quello che toccava. Noi, più modestamente lo trasformiamo in rifiuti. Ma se fossero preziosi anche quelli?”

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Questa è la premessa su cui si fonda Trash – tutto quello che dovreste sapere sui rifiuti scritto da Piero Martin – fisico e divulgatore scientifico, professore all’Università di Padova – e Alessandra Viola – giornalista e divulgatrice scientifica, docente della Luiss. Prendiamoci un momento per osservare e apprezzare lo stupendo lavoro di grafica che Codice edizioni ha ideato per questo libro: un sacchetto di plastica che si spaccia per un iceberg a simboleggiare l’inquinamento delle acque di cui l’uomo si sta macchiando. Penso sia geniale e che renda subito l’idea dell’argomento che il libro va a trattare. Trash è infatti un saggio di divulgazione scientifica che parla di rifiuti, di come e quanti ne produciamo e di che fine fanno. Scritto in modo semplice e comprensibile, accessibile a tutti, ma questo non vuol dire che non ci sia la massima attenzione alle fonti e un’attenta verifica di dati.

In Trash veniamo messi di fronte a dati inquietanti a cui potremmo arrivare utilizzando semplicemente il potere della deduzione. Per esempio: da sempre, l’Everest è una delle vette più ambite da alpinisti e scalatori che durante la loro ascesa non mancano di lasciare un’altissima quantità di rifiuti. Parliamo di 12 tonnellate che rimangono per la maggior parte della loro vita sotto i ghiacci, ma ora immaginiamo che questi ghiacci si sciolgano, il disastro ecologico a cui andremo incontro sarebbe colossale poiché i rifiuti andrebbero ad alterare e corrompere quelle stesse acque che servono per le piantagioni e quindi per il nostro sostentamento. Abbiamo portato i rifiuti persino nello spazio: sulla Luna riposano 187.000 kg di rifiuti tra cui spille, piume, attrezzatura ed equipaggiamento e persino una pallina da golf. O ancora, nell’artico il permafrost rischia di non essere più così permanente. L’effetto serra sta sciogliendo progressivamente i ghiacci, micro e nano plastiche intrappolate si confondono con il plancton ed entrano subdolamente all’interno della catena alimentare.

L’uomo è ciò che mangia e se l’uomo è anche ciò che spreca?”

E se vi dicessi che ogni giorno nel mondo metà del cibo che produciamo non viene consumato, ma spesso viene gettato quando è ancora edibile? È giusto parlare di spreco alimentare. Lavorando all’interno di un grosso marchio della grande distribuzione, e più specificamente in uno dei reparti che maneggia prodotti surgelati o prodotti da forno, vi assicuro che la quantità di merce che ogni sera viene buttata è ancora altissima. Fortunatamente i grandi colossi stanno aggirando il problema, trasformando questi enormi sprechi in foraggio per animali, ma per un tornaconto e non certo per buon cuore. Prima che vi accaniate e vi facciate portatori della povertà che dilaga sul pianeta, no: la grande distribuzione non può donare alla caritas o ad altri enti di beneficenza, semplicemente perché ci sono delle leggi che regolano questi scambi e molto spesso finiscono per impedirli. Noi, nel nostro piccolo, possiamo attivarci conservando gli avanzi nel limite del possibile e riutilizzarli per comporre i famosissimi polpettoni, o sperimentare nuove ricette. Una sorta di ritorno ai tempi dei nostri nonni, dove tirare a campare era dura, ma ce la si faceva sempre in qualche modo. E vi giuro che se vi esce un che schifo gli avanzi vi tiro una centra che vi ci faccio finire dentro con la faccia.

Non va meglio sul piano tecnologico: ormai tutti i beni che compriamo sono fatti appositamente per avere una vita breve (obsolescenza programmata) e quando riparare un oggetto costa più di comprarne uno nuovo, è logica quale sarà la nostra scelta. Quello di cui non ci rendiamo conto, o fingiamo di non renderci conto, è che la quantità di rifiuti non organici e di difficile smaltimento è in continua crescita.

Questo ci porta a parlare delle quattro “R” della gerarchia dei rifiuti:

ridurre: prevenire è meglio che curare, dobbiamo produrre meno rifiuti. Come? Come sempre, noi possiamo fare ben poco, ma potremmo cominciare dall’acquistare oggetti o cibi con imballaggi limitati, meglio se in cartone riciclato e riciclabile, utilizzare i tanto odiati sacchetti biodegradabili e riutilizzando gli avanzi invece di buttarli se ancora edibili;

riutilizzare: abiti, elettrodomestici e mobili con un accurata e costante manutenzione possono essere riutilizzati;

riciclare: sono cliente affezionata da un paio anni di un mercatino dell’usato della mia città che è ordinato, vende solo cose di alta qualità e ad ogni vendita o acquisto rilascia una fattura con l’ammontare di energia risparmiata e la quantità di gas serra che abbiamo aiutato a non immettere nell’atmosfera ed è qualcosa di piccolo che fa sentire bene;

recuperare: con apposite tecnologie, la maggior parte dei rifiuti possono essere convertiti in energia combustibile.

La situazione è talmente disperata che si parla di plasticene: una nuova era geologica che i nostri posteri studieranno, il nostro periodo storico dominato dalla plastica. Conviene attivarti, o il futuro remoto saranno enormi isole di rifiuti (garbage patches), talmente grandi da poter galleggiare ed ospitare intere città. E voi, partecipate attivamente alla raccolta differenziata organizzata dal vostro comune? Che cosa fate per aiutare l’ambiente e voi stessi a stare meglio? Condividete in un commento i piccoli gesti che portano grandi cambiamenti!

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Titolo: Trash – tutto quello che dovreste sapere sui rifiuti
Autore: Piero Martin e Alessandra Viola
Pagine: 271
Casa editrice: Codice
Prezzo di copertina: 25 euro

 

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RECENSIONE | BASIL, WILKIE COLLINS

Non ho abbandonato il blog, semplicemente “una serie di sfortunati eventi” (cit.) mi ha costretto lontana da questi schermi, ma questo non vuol dire che le mie letture non siano proseguite e infatti oggi vi voglio parlare di una delle primissime opere di un autore che per me è stato una vera e piacevolissima rivelazione nel 2017 e mi riferisco a Basil di Wilkie Collins. Come già accennato Basil è il secondo romanzo dell’autore – una sorta di opera giovanile (1852) – nonché quello che gli ha fatto conquistare una solida amicizia con Charles Dickens e l’ha esposto alle critiche più severe dei londoners dell’Ottocento. Bisogna riconoscergli il coraggio di pubblicare un libro così audace e sfrontato, che analizza in profondità e dettagliatamente l’amore, il sesso, l’adulterio, i sotterfugi e la violenza e che sottolinea i difetti dell’alta società e della piccola borghesia in crescita con un’efficienza e una veridicità che all’epoca fece moltissimo scalpore e scandalizzò la stampa. L’innovazione di Wilkie Collins non si trova nella trama o nei temi trattati, ma nel modo analitico in cui decide di trattarli, senza filtri. In Armadale – uno dei suoi ultimi romanzi usciti per Fazi – avevo già avuto modo di apprezzare questo suo modo di scrivere così fluido e ricco e in Basil mi ha confermato che non importa quante volte abbia già letto storie d’amore tormentate e destinate al fallimento, il modo in cui se ne scrive costituiscono il novanta per cento degli elementi che mi incoraggiano alla lettura e mi invogliano a sapere come finirà la storia. E questo è esattamente ciò che accaduto con Basil.

Basil è un giovanissimo rampollo di un’antica e nobile famiglia aristocratica, un accademico che aspira a scrivere un buon manoscritto. La quiete che accompagna la sua esistenza viene brutalmente rotta quando si innamora improvvisamente e perdutamente di Margaret, la figlia di un commerciante di stoffe incontrata per caso su un omnibus. Come piccola borghese, Margaret è di uno stato sociale inferiore a Basil e per non adombrare il padre che ha smisurata fiducia nel suo secondogenito, il giovane decide di sposarla in gran segreto e accecato dal suo amore accetta la condizione del suocere di consumare il matrimonio dopo un anno. Nel romanzo seguiamo la discesa di Basil ad un livello di ferocia impensabile, un orribile piano di disfatta perpetrato da due amanti segreti, la caduta dell’uomo.

Ci troviamo nella Londra vittoriana, un periodo storico che personalmente mi affascina molto e di cui ho letto tanto tra le pagine delle sorelle Bronte, Charles Dickens e George Eliot – non a caso Middlemarch è uno dei romanzi più belli che mi sia capitato di leggere. Wilkie Collins ci regala in Basil spaccati di vita di un’aristocrazia alta strettamente legata ai propri privilegi ed ideali e allo stesso tempo di una borghesia mercantile che sgomita per raggiungere vette sempre più alte di riconoscimento, ma soprattutto di ricchezza.

Il personaggio con cui finiamo per legare di più e simpatizziamo maggiormente è sicuramente Basil, narratore di questa sua disavventura. Non possiamo che guardare al giovane con pietà e compassione di fronte alle ingiustizie immeritate che gli piovono addosso. Come lui stesso scrive all’inizio del romanzo: “Mi accingo a raccontare la storia di un errore, innocente all’inizio, colpevole nella sua evoluzione, fatale nei risultati…”.

Il padre di Basil è l’assoluta incarnazione dell’alta aristocrazia arroccata sui propri privilegi che non accetta di mischiarsi con stati sociali inferiori. La sua avversione è per i commercianti che si arricchiscono a scapito di altri e non per gli umili onesti che lavorano sodo per mantenere la propria posizione. Di contro abbiamo il padre di Margaret, un personaggio assolutamente sgradevole, tiranno domestico che ostenta ogni nuovo agio che la sua crescente posizione gli concede che è il rappresentante perfetto della borghesia ascendente.

Le figure femminili sono più deboli rispetto ad Armadale. Clara, la sorella del protagonista, è quanto di più casto e pura possa vivere al mondo, una donna che antepone gli interessi degli altri ai propri, e cura soprattutto quelli del fratello preferito ricordandogli la sua incondizionata ed eterna devozione nei suoi confronti. Vive per servire e alleviare i pesi degli altri ed esce solo in compagnia delle zie. La sua controparte è Margaret che è una donna caustica, meschina, egoista e sessualizzata tanto quanto Clara è desesualizzata. In Margaret abbiamo la perfetta rappresentazione dell’arrampicatrice sociale disposta a scendere a qualsiasi compromesso per innalzarsi, a fingere, mentire e tradire pur di ottenere agi e privilegi che il suo stato di nascita non gli garantirebbero. Una terza figura, che potrebbe passare inosservata, è Mrs. Sherwin: l’addolorata madre di Margaret che soffre terribilmente di stress nervoso, brutalmente tiranneggiata da marito e figlia che conduce un’esistenza infernale e si presenta come un personaggio insulso finché con le sue ultime forse costituirà una preziosa fonte di verità per Basil. In questo senso, le tre tipologie di donne sono molto stereotipate.

Se nella vostra vita non avete letto almeno un Wilkie Collins è il momento di rimediare. Iniziate da dove volete. Per molti, Basil è nettamente inferiore ai ultimi lavori in cui la scrittura è più matura e gli elementi che la caratterizzano si amalgamano molto bene ai temi trattati dando vita a veri e propri capolavori, ma essendo per me solo il suo secondo romanzo, l’ho comunque apprezzato moltissimo. Se siete familiari con il nome o vi sembra di averlo già sentito è perché Wilkie Collins non è altri che l’autore di La pietra di luna, il primissimo fair-play in cui il lettore dispone di tutti gli elementi per risolvere il mistero, ma viene fuorviato da falsi indizi.

Fun fact: Wilkie Collins è nato il mio stesso giorno, quindi siamo automaticamente best friends e adesso voglio leggere qualunque cosa abbia scritto. divider-2154993_960_72035052245

Titolo: Basil
Autore: Wilkie Collins
Casa editrice: Fazi Editore
Pagine: 350
Prezzo di copertina: 20 euro

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RECENSIONE| CITTA’ INQUIETANTI E VAMPIRI MORTALI, UN INTRECCIO DI QUOTIDIANITA’ E TERRORE (LE NOTTI DI SALEM, STEPHEN KING)

Non ci crederete – dato il mio ormai noto rapporto tormentato con Stephen King – ma sono pronta a decretare Le notti di Salem il miglior romanzo sui vampiri scritto dai tempi di Dracula e che la sua lettura sia stata in assoluto l’esperienza più terrificante avuta da anni.

Ben Mears, uno scrittore di modesto successo cresciuto nell’immaginaria cittadina di Jerusalem’s Lot (Maine), ritorna nella città natale a distanza di venticinque anni. Qui intesse una serie di relazioni che lo porteranno a crearsi una cerchia di amici affidabili e ad intraprendere una storia d’amore con la bella Susan Norton. Ben inizia a scrivere il suo nuovo romanzo che ha come protagonista “Casa Marsten”, un’enorme magione abbandonata che scruta il villaggio con implacabili occhi vuoi, quella stessa casa che fu la causa di numerosi incubi e notti insonni dopo una brutta avventura vissuta al suo interno da bambino. “Casa Marsten” viene acquistata, ma mai ristrutturata, e anzi assume una nuova sfumatura di terrore quando, in contemporanea alla venuta dei nuovi acquirenti, spiacevoli e misteriosi delitti hanno luogo: il sacrificio rituale di un cane, la scomparsa di un ragazzino e la presunta morte del fratello. Uno scrittore, un dottore, un prete irlandese, un’insegnante di mezza età e un ragazzino con un’approfondita conoscenza di mostri si uniranno per combattere e sconfiggere per sempre l’oscurità che sta inghiottendo il Lot.

Le notti di Salem è un suggestivo e ambizioso retalling del grande classico dell’horror Dracula di Bram Stoker e Stephen King rimane assolutamente fedele alla tradizione che vede i vampiri come abominevoli parassiti, sanguinari predatori della notte per natura. E tuttavia, aggiunge alle sue pagine irrequietezza, agitazione e apprensione per le sorti dei personaggi che sono estranei all’originale ottocentesco. Per tutte le trecento pagine iniziali, in cui siamo completamente all’oscuro di quello che sta accadendo nell’anonima cittadina di periferia, non possiamo fare altro che sentire un misto di agitazione, irrequietezza e nervosismo crescere di pari passo con la trama. Non si può che amare e allo stesso tempo odiare la lentezza con cui Stephen King stressa il lettore in un climax ascendente che esplode in un punto di svolta e una rivelazione conclusiva forse un po’ prevedibile – per via delle labili tracce lasciate dall’autore stesso nel corso della narrazione – ma allo stesso tempo sorprendente e ben costruita.

Secondo me, molto azzeccata è stata la decisione di ambientare il romanzo in una cittadina di periferia. Da sempre predilette dal maestro dell’horror, queste possiedono un’aria di apparente calma e tranquillità, in cui gli abitanti seguono un’appagante routine abitudinaria e mantengono un codice comportamentale basato su cortesia e finzione. Spesso sono proprio questi piccoli sobborghi isolati a celare la bestialità e la malvagità dell’animo umano e se il fatto che la scelta ricada sempre su questo tipo di ambientazione può sembrare uno stereotipo, allo stesso tempo risulta molto utile ai fini di rappresentare le lotte intrinseche che l’uomo combatte con sé stesso per sé stesso. Punto cruciale dei romanzi di Stephen King, infatti, è l’eterno ed imprescindibile conflitto tra bene e male, l’analisi delle debolezze umane e dei suoi limiti. Nel Lot, questo borgo di cinici perbenisti, alla fine del romanzo tutti sono pronti ad abbandonare il proprio credo per sfuggire a qualcosa che per loro risulta impossibile ed incomprensibile e, seppur nessuno sia cattolico professante, si ritroveranno a scongiurare il male aggrappandosi a santini, crocifissi e acqua santa. Altri, pur conoscendo il male che alberga nella cittadina, decidono di voltare le spalle, accendere i motori e abbandonarla per sempre. Questo testimonia come sia facilmente corruttibile l’animo umano e quanto egoista l’uomo possa essere per garantirsi la sopravvivenza a discapito dei suoi simili.

La trama che non ha nulla di originale se non il ritmo incalzante della narrazione, è arricchita da un cast di personaggi caratterizzati e analizzati molto bene. Nato come un omaggio al conte più famoso e sanguinario della Transilvania, Mr. Barlow non ha proprio nulla da invidiare al suo vecchio antenato, il leggendario Dracula: entrambi sono estremamente malvagi, spregevoli e assolutamente formidabili. Viene quasi naturale paragonare Ben Mears, Susan Norton, Matt Burke, padre Donald Callahan, Mark Petrie, Jimmy Cody agli eroi umani che si oppongono ferocemente al male (Van Helsing, Mina Murray e Jonathan Harker, Lucy Westenra, Renfield e il dottor Seward). Non vi nasconderò che la voglia di rileggere il classico è fortissima.

Finito con gli apprezzamenti, bisogna indicare le brutture che mi hanno fatto storcere il naso durante la lettura, che corrispondono agli elementi che mi hanno storcere sempre il naso quando affronto King. Secondo moltissimi pareri, il libro avrebbe avuto lo stesso successo e lo stesso carico emotivo anche se fosse stato più breve e io a questo mi oppongo fermamente: è proprio la sua lunghezza e la sua lentezza a renderlo snervante, a prosciugarci le energie e a farci sobbalzare ad ogni rumore sospetto. Tuttavia, mi è sembrata inutile inserire alla fine dell’edizione le scene tagliate, quindi scartate e sostituite. Non ne vedo l’utilità, non se ne spiega la presenza. Più importante ancora, è la continua visione distorta con cui King dipinge il mondo femminile all’interno del suo romanzo: Susan Norton viene dipinta come una deliziosa ragazza forte ed indipendente, intraprendente, a suo agio con l’universo maschile, aperta a nuove esperienze e con un’attiva vita sessuale. Susan Norton, vista così, sembra un’eroina, ma qualche pagina dopo si sottomette continuamente alle decisioni di Ben, si fa influenzare. Ed è questa visione di una donna continuamente sottoposta alla volontà del maschio alpha che mi fa davvero arrabbiare.

Nell’introduzione al romanzo, Stephen King si spinge in un parallelo con Il signore degli anelli che inizialmente mi è sembrato assurdo, ma che una volta terminato il romanzo è diventato molto comprensibile e spiega perché entrambi i romanzi mi siano piaciuti molto. Detto questo, se cercate un libro da leggere rigorosamente alla luce del sole, che vi faccia sentire continuamente osservati e vi inquieti tantissimo, Le notti di Salem è quello che fa per voi. E mi raccomando, state attenti a chi invitare ad entrare in casa vostra.

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Titolo: Le notti di Salem (Salem’s Lot)
Autore: Stephen King
Casa editrice: Pickwick
Pagine: 651
Prezzo di copertina: 12,90 euro

Vi ricordo che partecipo al Programma Affiliazione Amazon e se acquisterete qualunque cosa passando per i link presenti nell’articolo, aiuterete a far crescere il blog, senza rimetterci nulla. 

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GRUPPI DI LETTURA | Cosa, come, quando e perché partecipare.

bookclub

Oggi parliamo un po’ di gruppi di lettura: che siano fisici o virtuali, vi spiego in breve perché dovreste prendere seriamente in considerazione l’idea di partecipare e i benefici che ne derivano. È vero, le statistiche dicono che in Italia nessuno legge, ma vi assicuro che le persone che leggono esistono e se cercate bene vi si schiude un mondo di lettori davvero attivo.

Che cos’è un gruppo di lettura? Nient’altro che un gruppo di persone eterogeneo che decide di leggere un determinato libro in un determinato lasso di tempo e decide poi di discuterne trama e temi dando vita a dei veri e propri dibattiti letterari.

Perché dovreste provare a partecipare? Ho individuato principalmente tre motivi: fare parte di un gruppo di questo genere stimola la lettura e sprona ad affrontare argomenti che apparentemente possono non interessarci e ad uscire dalla nostra comfort zone letteraria avvicinandoci a libri che spesso finiscono per piacerci e ci spingono a ricercarne qualcuno dello stesso stampo e che affronti le stesse tematiche. Se, come me, avete tanto da dire, ma vi fate prendere dalla timidezza, i bookclub online sono perfetti per esternare i vostri pensieri e argomentarli. Spesso questo aiuta anche a riordinare i vostri pensieri e a capire cosa effettivamente vi è piaciuto del libro, che cosa non ha funzionato, che cosa avrebbe potuto fare l’autore per conquistarvi. Insomma, ad affrontare la lettura con un occhio un pelo più critico. Se vi dilettate nelle recensioni, i gruppi di lettura con le loro discussioni sono perfetti: ogni partecipante apporta un contenuto personale e capita che qualcuno colga una sfumatura che a voi è sfuggita. In questo senso, lo scambio di idee ed opinioni aiuta moltissimo anche a creare una community solida attraverso una socializzazione costruttiva. Ultimo, ma non per importanza, un gruppo di lettura aiuta moltissimo a smaltire la pila di libri da leggere. Sembra una cosa stupida, ma non lo è. Le scelte dei gruppi di lettura spesso ricadono su libri che già possediamo nella nostra libreria e ci forniscono finalmente l’opportunità di recuperarli facendoci tornare lo stesso entusiasmo di quando li abbiamo comprati che poi si è affievolito col passare del tempo.

Da gennaio ad oggi, ho partecipato ben a quattro letture condivise:

Il giardino segreto di F. H. Burnett (Jo’s Readers squad) – recensione qui

Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood (Gibbisquad) – recensione qui

Una stanza piena di gente di Daniel Keyes (L’ora del libro)

4321 di Paul Auster (mhannodettodifareunblog) – in corso

Queste quattro bookbloggers/booktubers indicono ogni mese un sondaggio in cui potete esprimere le vostre preferenze in merito ai libri proposti, che spesso hanno in comune un tema o comunque un filo conduttore. Non siete obbligati a partecipare, io stessa esprimo la preferenza solo nel caso in cui sia già in possesso di almeno uno dei libri proposti, mentre mi astengo nel caso in cui io li abbia già letti tutti, a meno che non voglia affrontare una rilettura.

Voi che cosa ne pensate dei gruppi di lettura? Partecipate a queste iniziative? Avete altri gruppi di lettura da segnalare? Se sì, lasciate i suggerimenti in un commento!

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RECENSIONE | NINFEE NERE, MICHAEL BUSSI

È passato un po’ di tempo dalla mia ultima recensione, ma ho una buona scusa: dirvi che ho beccato l’influenza sarebbe un eufemismo, io mi definirei più un’arma batteriologica (potrei essere impiegata come arma di distruzione di massa, non scherzo). Ad ogni modo, sembra che i germi stiano lentamente migrando verso il parentame e ora che gli occhi non mi si liquefano alla luce dello schermo posso finalmente spendere due parole a favore dell’ultimo libro che ho finito. Sto parlando di Ninfee nere di Michael Bussi autore molto popolare di gialli in Francia. Vorrei fare una constatazione un po’ bizzarra, ma che capirete a breve: io non ho comprato questo libro, questo libro ha comprato me. Ormai un paio di anni fa, lessi l’incipit in libreria e mi intrigò così tanto da convincermi ad acquistarlo.

Tre donne vivevano in un paesino.
La prima era cattiva, la seconda bugiarda e la terza egoista.
Il paese aveva un grazioso nome da giardino: Giverny.
La prima abitava in un grande mulino in riva a un ruscello, sul chemin du Roy; la seconda in una mansarda sopra la scuola, in rue Blanche-Hoschedé-Monet; la terza con la madre in una casetta di rue du Château-d’Eau dai muri scrostati.
Neanche avevano la stessa età. Proprio per niente.

La prima aveva più di ottant’anni ed era vedova. O quasi. La seconda ne aveva trentasei e non aveva mai tradito il marito. Per il momento. La terza stava per compierne undici e tutti i ragazza della scuola erano innamorati di lei. La prima si vestiva sempre di nero, la seconda si truccava per l’amante, la terza si faceva le trecce perché svolazzassero al vento.
Insomma, avete capito. Erano tre persone molto diverse. Eppure avevano qualcosa in comune, una specie di segreto: tutte e tre sognavano di andarsene. Sì, di lasciare la famosa Giverny, paese il cui solo nome faceva venire voglia a quantità di gente di attraversare il mondo solo per farci due passi.
Sapete naturalmente perché: per via dei pittori impressionisti.
>La prima, la più anziana, possedeva un grazioso quadro. La seconda era molto interessata agli artisti. La terza, la più giovane, sapeva dipingere bene, anzi benissimo.
Strano che volesse lasciare Giverny, vero? Tutte e tre pensavano che quel paesino fosse una prigione, un gran bel giardino con le inferriate. Come il parco di un manicomio. Un trompe-l’œil. Un quadro da cui è impossibile uscire. In realtà la terza, la più giovane, cercava un padre altrove. La seconda cercava l’amore. La prima, la più vecchia, sapeva cose sulle altre due.
Eppure una volta, per tredici giorni e solo per tredici giorni, le inferriate del parco si aprirono. Per l’esattezza, dal 13 al 25 maggio 2010. le inferriate di Giverny si sollevarono per loro! Solo per loro, almeno così pensavano. c’era però una regola crudele: soltanto una poteva fuggire, le altre due dovevano morire. Era così. Quei tredici giorni sfilarono via nelle loro vite come una parentesi. Troppo breve. Anche crudele. La parentesi si aprì il primo giorno con un omicidio e si chiuse l’ultimo giorno con un altro omicidio. Stranamente la polizia si interessò solo alla seconda donna, la più bella. La terza, la più innocente, dovette indagare per conto suo. La prima, la più discreta, poté tranquillamente tenere d’occhio tutto. E persino uccidere!

La faccenda durò tredici giorni. Il tempo di un’evasione.
Tre donne vivevano in un paesino.
La terza era quella con più talento, la seconda era la più furba e la prima era la più determinata.
Secondo voi, quale delle tre è riuscita a scappare?

La terza, la più giovane, si chiamava Fanette Morelle. La seconda si chiamava Stéphanie Dupain. La prima, la più vecchia, ero io.”

La nostra vicenda si svolge a Giverny, che per chi non sapesse o non si fosse documentato, altro non è che un pittoresco paesino della Normandia che il grande pittore impressionista aveva scelto come sua residenza e suo atelier personale. La vita dei suoi pochi e poco tranquilli abitanti viene scossa violentemente da un triplice omicidio della stessa persona (voi direte: come si può uccidere tre volte la stessa persona? Eh, pare si possa.) che ruota attorno ad una passione adultera e ad una delle leggendarie (molto leggendarie) tele del pittore: le Ninfee Nere. Veniamo quindi catapultati nelle indagini condotte in modo anticonvenzionale dall’ispettore Sérénac, scopriamo indizi inutili che ci accompagnano in vicoli ciechi e poi ci abbandonano lasciandoci confusi, incappiamo in colpi di scena e cadiamo in un finale del tutto inaspettato e sorprendente.

L’autore ci tiene molto a farci sapere che i luoghi citati e tutto ciò che riguarda la vita e la pittura di Monet sono reali e storicamente corretti, è solo la vicenda che vi ruota attorno ad essere fittizia. Perciò oltre a passare tre bei giorni intensi, impariamo anche un sacco di cose interessanti sulla vita del pittore impressionista. L’arte ha un ruolo fondamentale, è il perno attorno a cui ruota praticamente tutto e il punto di incontro tra tutte le anime del paese che si trovano coinvolte nelle indagini. Non c’è attesa: scopriamo un cadavere già a pagina uno e da qui la narrazione alterna i punti di vista dell’ispettore capo e le impressioni della donna vecchia. Ed è su questa che voglio soffermarmi: la chiamano la strega del mulino, sappiamo che vive a Giverny da moltissimo tempo perché vede la cittadina trasformarsi attorno a lei e fatica molto a capire ed ad abituarsi all’idea. È un personaggio ambiguo: lei vede tutto e sa tutto, di conseguenza noi vediamo tutto, sappiamo tutto. È come se lei vloggasse all’infinito e postasse subito i contenuti, capito? Ci incalza a voltare pagina dopo pagina aggiungendo sempre più elementi misteriosi che invece di sbrogliare la vicenda, la infittiscono. Ci induce a credere che dietro l’omicidio ci sia qualcosa di più grande e oscuro: un segreto di paese. Ma non ci avvicina mai al vero colpevole.

Questo amici, è un tipico esempio di noir ben riuscito che ci fa saltellare a pieno ritmo, ci mette in moto il cervello, solo per farci capire che in realtà non ci abbiamo mai capito niente. (E io ve lo consiglio molto).

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Titolo: Ninfee nere
Autore: Michael Bussi
Casa editrice: Edizioni e/o
Pagine: 394
Prezzo di copertina: 16 euro

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RECENSIONE | Il racconto dell’ancella, Margaret Atwood

“L’occhio umano è un dispositivo meraviglioso. Con un piccolo sforzo, può non vedere nemmeno l’ingiustizia più clamorosa”.*

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Quest’anno mi sto impegnando a comprare meno libri possibili dando il via all’operazione svuota tutto (un po’ come quella di divani & divani), cioè leggendo tutto quello che la mia incoscienza mi ha portato ad accumulare fino ad oggi – che è davvero tanto. Quale occasione migliore di un gruppo di lettura – mi sono detta – per leggere quel libro che possiedi già e sta prendendo polvere da tantissimo? Così ho finalmente recuperato Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood e, ragazzi, non vedevo l’ora. A lunga distanza dal bombardamento instagrammiano e delle recensioni video e dall’uscita della serie tv (che sto attualmente guardando) l’ho letto con più razionalità e imparzialità e sono arrivata alla conclusione che non mi è piaciuto. Cioè, mi è piaciuto molto meno di quanto credevo mi sarebbe piaciuto, if this makes sense.

Si tratta di un distopico piuttosto datato (1985) ambientato in un futuro recente che per noi è già passato in termini di anni, ma di cui stiamo vivendo o rischiamo di vivere le vicende. Sono gli anni ‘90 quando un non molto precisato disastro nucleare colpisce l’America rendendo sterile gran parte delle donne e un totalitarismo teocratico basato sul controllo e lo sfruttamento del corpo femminile rovescia repentinamente il governo statunitense. Sappiamo che i figli di Giacobbe hanno costituito la repubblica di Galaad con una società a piramide, sappiamo che alcune donne sono ancora in grado di procreare, sappiamo che esistono delle colonie, dei ribelli e che al fronte si combatte tuttora. Primo tasto dolente: il mondo in cui è ambientata la vicenda rimane molto nebuloso, ci viene spiegato troppo poco e mai nei dettagli. L’idea di base era promettente e la società stratificata creata dalla Atwood molto interessante – come per tutti i distopici, ma poi? A livello di trama non succede un bel niente. Veniamo immersi nel racconto di Difred – l’ancella menzionata nel titolo – che si limita a registrare una cronistoria della sua vita, di ciò che è avvenuto e di ciò che avviene. La scrittura della Atwood non ha nulla che non vada, sono i tempi di narrazione a peccare, pagine e pagine di elucubrazioni mentali che non portano a nulla: Difred si limita a constatare la sua condizione, ma non si concede mai pensieri rivoltosi o peccaminosi. Le figure degli Occhi e il movimento clandestino del Mayday avrebbero meritato un po’ più di approfondimento.

Non c’è bisogno di un romanzo distopico per capire che il futuro di noi donnine è buio e poco piacevole. Il ruolo della donna-oggetto non pensante è analizzato benissimo anche nel tipo di pensiero e di conversazione che le Ancelle conducono. La donna è considerata inferiore, ma alcune privilegiate mitigano l’ingiustizia. Una figura che merita di essere citata è quella delle Zie che hanno il compito di istruire le ancelle. Donne che primeggiano su altre donne. Sembra che la solidarietà non sia contemplata, non c’è unione, non c’è ribellione.

Però non ci si può concentrare solo sull’aspetto femminista del libro, perché secondo me il fulcro è un altro, la questione è più ambia, come dire, più globale. Sembra che la Atwood tenti di farsi – e dare a noi – un’idea di cosa può succedere quando alcuni uomini decidono di tenere il potere per sé. Infatti, il filo conduttore è: cosa accadrebbe se, senza fronzoli. La comunità accetta il totalitarismo con la stessa filosofia con cui le Ancelle accettano la loro vita. Basta creare la figura dei ribelli, processare qualche dissidente minaccioso, creare un capro espiatorio e subito tutto diventa lecito. Si ha la sensazione che il governo protegga i suoi cittadini, che l’oppressione è un prezzo da pagare per una vita sicura, un minor tasso di criminalità e un miglioramento della qualità della vita. La domanda è: è giusto punire qualcuno per il bene di tutti? Quanto è moralmente corretto?

Le riflessioni che nascono dopo la lettura di questo libro sono moltissime. Non mi sento di consigliarvelo, (o sconsigliarlo, per quanto vale). Non è il meglio che io abbia letto della Atwood, molto più entusiasmante la trilogia di MaddAddam (L’ultimo degli uomini, L’anno del diluvio e L’altro inizio).

Sicuramente avrete letto anche voi Il racconto dell’ancella, se vi va fatemi sapere in un commento se vi è piaciuto o meno e perché. Nel frattempo ho iniziato la serie tv e credo sia dieci spanne superiore al libro, bacibà.

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Titolo: Il racconto dell’ancella (The handmaid’s tale)

Autore: Margaret Atwood

Casa editrice: Ponte alle grazie

Pagine: 398

Prezzo di copertina: 16,80 euro

 

 

 

* The human eye is a wonderful device. With a little effort, it can fail to see even the most glaring injustice. Richard K. Morgan, Altered Carbon

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brandon sanderson, consigli di lettura, epic fantasy, mistborn, recensione

RECENSIONE | THE WELL OF ASCENSION, BRANDON SANDERSON

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Esistono dei libri che definirei mindblowing (letteralmente esplosivi e qui mi immagino un cervello che esplode) e questo è il caso di The well of ascension di Brandon Sanderson che – non voglio sbilanciarmi troppo ma – ho trovato uno dei migliori epic fantasy letti negli ultimi cinque anni. La saga di Mistborn è edita anche in Italia da Fanucci, purtroppo non vi so dire il prezzo di copertina – che trattandosi di Fanucci sarebbe sempre esorbitante – perché fuori catalogo e quindi introvabile. Su Amazon è gratuito per kindleunlimited, cliccando qui potrai leggerlo subito. In una botta di fortuna inusuale io ho trovato tutti e tre i volumi della prima trilogia a sei euro in una bancarella dell’usato a Berlino, il prezzo di copertina è in dollari americani/canadesi: ovunque voi siate amici americani e canadesi grazie per la vostra generosità, a buon rendere. Non è la copertina super minimalista, bianca con le figure stilizzate, ma va bene uguale perché morivo dalla voglia di avventurarmi in questa lettura da troppo troppo troppo tempo. L’unica pecca di questa edizione è il font minuscolo che mi ha ucciso gli occhi, ma questo e altro per Brandon Sanderson. Non vi dico troppo della trama perché sono sbadata e vi faccio sicuramente spoiler, ma sappiate che per me è un solido cinque stelline su goodreads, le mie aspettative non sono state affatto deluse.

In Mistborn abbiamo conosciuto Vin e Kelsier, la loro natura e il loro legame, abbiamo familiarizzato con il mondo e il sistema magico e abbiamo sconfitto un nemico terribile: una sorta di introduzione. Il pozzo dell’ascensione è lo svolgimento: ad un anno dagli eventi del primo libro, il Lord Reggente è ancora un’ombra sulle dominazioni dell’ultimo impero, Luthadel – la vecchia capitale – è al centro di una guerra, complotti e intrighi e un nemico più ombroso, meno tangibile e incorporeo si profila all’orizzonte. Creepiness all over the place. Vin sta cercando di capire chi è e qual è lo scopo della sua vita e quasi a fagiuolo ecco che delle leggende e cronache orali la convincono di essere l’unica a poter sconfiggere il male minaccia l’ultimo impero. In effetti, tutti i segni portano a crederlo, ma come per tutte le cose ovvie, scoprirà che le sue azioni – anche se compiute in buona azione – hanno proprio l’esito opposto a quello sperato. Alert: brutte cose capitano.

Il mondo creato da Brandon Sanderson è unico e originale, basato su un sistema magico complesso che utilizza la manipolazione dei metalli per creare degli umani potenti, inarrestabili, delle vere armi letali che prendono il nome dei mistborn. Oltre a loro, sono tante le “razzie” che incontriamo, tra i più inquietanti i kandra, creature in grado di assumere le fattezze di qualsiasi essere senziente ingerendone le ossa. Tra i nuovi i koloss, giganti blu di tre metri con due sole emozioni: la noia e la rabbia. Quando sono annoiati si arrabbiano e quando si arrabbiano distruggono e uccidono. Seems legit.

Sanderson ci introduce ad un cast di personaggi assolutamente credibili. Ognuno di essi è caratterizzato magnificamente, ha un tratto distintivo e un suo posto, un ruolo preciso da svolgere all’interno della trama. Ci sono molte, troppe, morti e mi si spezza il cuore a perdere personaggi così belli, ma nessuna è stata vana.

C’è talmente tanta azione, tanti intrighi politici, sotterfugi, tradimenti – anche doppi, segreti e colpi di scena che io mi sono fatta un film. Prossimamente su questi schermi.

Sì, amici, prima che lo chiediate, all’interno del romanzo è presente una storia d’amore che non prende il sopravvento sullo svolgimento della trama, ma che è necessaria allo sviluppo di essa.

È vero che il troppo stroppia, ma la cura dei dettagli di Sanderson – quasi maniacale – non pesa. Se non avete mai letto nulla di suo, fatelo al più presto. Vi prometto che ne vale la pena.

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Titolo: The well of ascension (Il pozzo dell’ascensione)
Autore: Brandon Sanderson
Casa editrice: Tor Fantasy (Fanucci)
Pagine: 763
Prezzo di copertina: 6 euro per la trilogia / gratis per kindleunlimited

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