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RECENSIONE-DISCUSSIONE | LE FORME DEL LIBRO: CARTACEO O E-BOOK?

Sono sparita dagli schermi per un po’, ma torno con una recensione-discussione in merito a cui mi interessano molto i vostri pareri. Ho da pochissimo terminato di leggere Le forme del libro: dalla tavoletta cerata all’e-book di Marco Cursi, edito Il Mulino per la collana Le vie della civiltà. In questa sua ultima fatica, Cursi – professore di codicologia alla Sapienza – ripercorre la storia e l’evoluzione del libro occidentale come oggetto partendo proprio dagli albori: dalla tavoletta cerata, passa al papiro e al codice, per arrivare alla stampa moderna e ai neonati libri digitali. Il professore divide il libro in cinque sezione, ognuna dedicata ad una forma di libro, e ognuna ugualmente importante e analizzata a dovere. Si prende in esame, infatti, l’indice di alfabetizzazione del periodo, la produzione e la diffusione della forma di libro e il tipo di lettura, la figura professionale impegnata nella produzione.

Apprenderete che, nel II secolo d. C., l’alfabetismo assumeva un importante valore sociale – per potere essere “qualcuno” bisognava sapere leggere – e l’oggetto libro era un segno di raggiunto benessere. Imparerete che non fu Gutenberg ad inventare la stampa a caratteri mobili, ma che questa apparve per la prima volta in Cina oltre quattrocento anni prima, ma non ebbe successo solo a causa dell’enorme quantità di simboli presenti nel sistema ideografico cinese. Imparerete che Petrarca e Boccaccio furono tra i primi ad annotare i libri a margine. E tante altre cose belle che se siete amanti dei libri vi interesserà sapere. Questo libro infatti è molto interessante, forse solo un po’ troppo tecnico.

Un ultimo capitolo è dedicato alla lettura digitale e agli e-book. Il termine e-book (electronic-book) può indicare sia il supporto utilizzato per leggere un testo elettronico, sia il testo liberamente scaricabile online oppure ottenuto pagando una licenza d’uso. Chi di voi lettori non possiede un e-reader o un ipad?

La domanda che ci poniamo più spesso è: il libro cartaceo è destinato progressivamente a sparire? Il professor Cursi si dimostra scettico in merito a quest’ultima ipotesi, almeno per i prossimi anni: per assurdo, la vendita e l’apprezzamento del libro oggetto sembra avere avuto un’impennata. Dopo un periodo di forte sviluppo la lettura digitale sta vivendo un momento di flessione. Come mai? È molto semplice, al di fuori dei numerosi collegamenti ipertestuali, i moderni e-book non si differenziano poi troppo dal libro tradizionale e non forniscono reali esperienza multimediali. L’altra domanda che ci poniamo spesso è: meglio il cartaceo o il digitale? Io rispondo, dipende. Il fascino della carta è impagabile e il formato cartaceo rimane il mio prediletto, ma ci sono situazioni in cui l’e-reader è molto più pratico. I formati sono piccoli, leggeri e quindi facilmente trasportabili anche in una borsa minuscola e ci permette di sfruttare i momenti morti come le attese, i transiti sui mezzi e le code al meglio.

C’è un’ultima cosa da considerare: sta dilagando soprattutto tra i giovani la piaga degli smarthphone utilizzati come supporto per leggere libri digitali. Non costituirebbe un grave problema, se non fosse che penalizzano una lettura continuativa, per favorirne una frammentaria e perennemente disturbata.

E voi da che parte state? Cartaceo o digitale?

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Titolo: Le forme del libro – Dalla tavoletta cerata all’e-book
Autore: Marco Cursi
Casa editrice: Il mulino (Le vie della civiltà)
Pagine: 285
Prezzo di copertina: 22 euro

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LETTURE DI NOVEMBRE

Con estremo ritardo, vi parlo delle letture che mi hanno accompagnata nel mese di Novembre. Durante lo scorso mese ho partecipato anche ad una maratona di lettura, la Tome Topple Readathon ideata da Sam del canale youtube ThoughtonTomes e se non sapete di cosa si tratta, per future iniziative ed eventuali partecipazioni, vi rimando al mio post al riguardo qui e per maggiori dettagli al video dell’ideatrice qui.

L’ombra dello scorpione, Stephen King — La Tome Topple mi ha dato lo slancio che mi serviva a terminare questo viaggio lungo 929 pagine in un mondo post-apocalittico in cui bene e male si scontrano costantemente. Nel 1990 l’errore di un computer porta alla diffusione di una super influenza con un altissimo tasso di mortalità e ci troviamo a seguire i destini degli esigui sopravvissuti, qualcuno intenzionato a ricominciare, qualcun altro ostinato a distruggere. Volevo ringraziare i pianeti che si sono allineati per farmi incrociare la strada di questo libro, perché se non fosse stato per loro avrei abbandonato totalmente Stephen King e mi sarei arresa all’idea che non c’era per niente feeling tra noi due. Per maggiori dettagli, trovate la mia recensione qui. (L’Ombra dello scorpione, Stephen King, Bompiani, 929 pagine, 15 euro)

La stagione della falce, Samantha Shannon — Si tratta del secondo libro che avevo scelto per la maratona di lettura, non avendo alte aspettative non sono rimasta delusa nello scoprire che non mi è piaciuto quasi per niente. Ad innervosirmi è l’hype assurdo che si era venuto a creare qualche tempo fa su youtube anglofono. È uno young adult colmo di cliché, con personaggi piatti e inconsistenti, dialoghi banali e relazioni forzate. Peccato, perché il world building aveva del potenziale, ma d’altronde è la maledizione degli young adults: potenziali inesplosi. Come quando a scuola ti dicevano: è intelligente, ma non si applica. Anche di questo libro è presente un’intera recensione qui. (La stagione della falce – La sognatrice errante, Samantha Shanno, Salani Editore, 516 pagine, 16,80 euro)

Di notte sotto il ponte di pietra, Leo Perutz — Un libro che avevo adocchiato parecchio tempo fa (parliamo di anni), Perutz è stata la mia grande scoperta del mese con questo recupero. Si tratta di una raccolta di racconti ambientati nella Praga del diciassettesimo secolo tra il palazzo dell’imperatore Rodolfo II e il ghetto ebreo. Io l’ho amato per i toni incantati da favola e per i personaggi sensazionali. Consiglio questo libro agli amanti del mistero, delle storie d’amore vere e a chi vorrebbe tanto leggere romanzi storici, ma non sa da dove partire. Anche per questo libro è presente una recensione qui. (Di notte sotto il ponte di pietra, Leo Perutz, Edizioni e/o, 237 pagine, 16 euro)

Io non mi chiamo Miriam, Majgull Axelsson — Anche di questo libro avevo sentito parlare solo che bene e infatti ha toccato più volte le corde del mio cuore facendolo vibrare di dolore e di vergogna. Il mio unico rimpianto è non averne una copia cartacea da poter sfogliare quando e come voglio. Ripercorriamo la vita di una rom, ormai anziana, sfuggita all’Olocausto fingendosi un’ebrea. Una storia non comune su uno dei più atroci crimini mai perpetrati dall’uomo sull’uomo. Ve lo consiglio tantissimo. Potete trovare la mia recensione qui. (Io non mi chiamo Miriam, Majgull Axelsson, Iperborea, 421 pagine, 19,50 euro)

Kobane Calling, Zerocalcare — Si tratta di un graphic novel. Zerocalcare non si smentisce mai e ha dato prova di saper mettere in luce questioni importanti come la resistenza curda in una regione di cui non sentiamo mai parlare in modo egregio, facendoci comunque sorridere. Leggetelo, non intendo solo questo, ma tutti gli altri fumetti di Zerocalcare e vi renderete conto che è uno di noi, disagiato e dalla sorte sempre avversa, con pippe mentali e una coscienza dalle sembianze di armadillo. (Kobane calling, Zerocalcare, Bao Publishing, 272 pagine, 20 euro)

Mi accorgo ora di non aver letto tantissimo, ma di essere comunque soddisfatta perché sono stati per la maggior parte libri che ho amato moltissimo e che mi hanno lasciato qualcosa e questo vale più di altre mille pagine anonime e inutili. Per questo mese è tutto, vi ricordo che partecipo al Programma di Affiliazione Amazon e che, nel caso voleste acquistare uno di questi libri, passando dai link Amazon mi lancerebbe qualche briciolina senza intaccare i vostri risparmi. Avete letto qualcuno di questi libri? Uno in particolare che vi ispira più degli altri? Avete letto qualcos’altro di questi autori? Fatemelo sapere in un commento!

A presto!

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RECENSIONE | THE BONE SEASON, SAMANTHA SHANNON.

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Qualche articolo fa, vi avevo preannunciato di non avere alte aspettative per questo libro. Fortunatamente, non mi sono fatta trascinare nel tunnel di hype creato dagli youtubers stranieri, altrimenti ne sarei rimasta enormemente delusa. Le uniche cose che accomunano Samantha Shannon a J. K. Rowling sono l’aver scritto una saga fantasy di sette libri pubblicata da Bloomsbury E BASTA.

In una Londra distopica in cui i veggenti commettono reato anche solo respirando, Paige Mahoney — una sognatrice errante — si guadagna da vivere lavorando per il mimo-crimine (una sorta di mafia per chiaroveggenti). In seguito ad un’ispezione in metropolitana, Paige scopre di possedere un potere più grande di quello che credeva possedere e dopo essere aggredita, drogata e rapita, viene condotta nella colonia penale di Sheol I, la vecchia e cara Oxford perduta, in cui risiede la spietata razza dei Refaim. Qui entra sotto l’ala estremamente protettiva di uno dei Refaim — il Decano — che ufficialmente la istruisce a combattere gli Emim, mostri che minacciano il mondo umano, ma che in realtà non si capisce che intenzioni abbia.

Si entra nella storia con molta difficoltà: i capitoli iniziali sono una sequela di informazioni sulle diverse tipologie di veggenza, l’organizzazione del mimo-crimine e del governo di Scion a cui si fatica a stare dietro anche per la presenza uno slang totalmente inventato che ci costringe a consultare il glossario presente in fondo al libro. Tutto ciò distrae e innervosisce. Quando ci siamo abituati ai termini e le varie dinamiche sono state assorbite, ecco che la storia si sposta in un nuovo luogo e ricomincia il lancio di informazioni. La sensazione è di avere troppo dettagli in un mondo che rimane vago e nebuloso. Esempio: ci vengono fornite informazioni molto approfondite sui diversi tipi di veggenza, ma non sappiamo a cosa servono e ai fini della storia sono totalmente inutili, perché alla fine sono quello di Paige conta, perché OVVIAMENTE lei è la “la bambina speciale” (so cliché).

Se il mondo creato dalla Shannon ha il suo fasciano, i personaggi sono piatti. Nonostante il libro sia narrato in prima persona, le emozioni della protagonista non si trasmettono al lettore. L’unico personaggio che istilla un po’ di curiosità è il Decano, ma la schiaccia brutalmente rivelandosi per lo stereotipo che in fondo è: il bello, tenebroso e dannato che nasconde una buona causa/scusa. Le relazioni tra i personaggi sono forzate e il motivo per cui Paige si fa in quattro per non deludere nessuno è uno solo: immolarsi per la causa e prendere le parti della martire gloriosa.

Giungiamo dunque al romance: tra la protagonista e il Decano non si avverte nemmeno un briciolo di alchimia. La Shannon prova ad innescare un processo lento e graduale di consapevolezza e innamoramento, ma fallisce. Si ha la sensazione che l’illuminazione giunga all’improvviso rendendo ancora una volta la relazione forzata e falsa. E se questo non bastasse, la relazione a cui il lettore si trova di fronte è una relazione padrone/schiavo. Non penso di dover approfondire che cosa ne penso io, se volete saperlo vi rimando a questo articolo qui.

In conclusione, come la maggior parte degli young adult ha un sacco di potenziale che non esplode mai. Salvo il mondo creato, ma per il resto tutto molto dimenticabile.

The bone season more like the boring season

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Titolo: La stagione della falce – La sognatrice errante (The bone season #1)
Autore: Samantha Shannon
Casa editrice: Salani Editori
Pagine: 516
Prezzo di copertina: 16,80 euro (cartaceo italiano), 6,40 euro (ebook italiano), 17,32 euro (cartaceo inglese)

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Colgo l’occasione per informarvi che ho aderito al Programma di Affiliazione Amazon. Qualora voleste acquistare qualunque cosa, passando da uno dei link presenti nei miei articoli, percepirò da Amazon una piccola commissione. Ci tengo a precisare che sarà Amazon stesso a lanciarmi delle bricioline, i vostri soldi sono al sicuro 🙂

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RECENSIONE | L’OMBRA DELLO SCORPIONE, STEPHEN KING

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L’ombra dello scorpione è un romanzo post-apocalittico/horror/fantastico pubblicato per la prima volta nel 1978 e ristampato successivamente nel 1990 nella sua versione integrale, ovvero come Stephen King l’aveva originariamente scritto. Lo stesso King quasi scoraggia l’acquisto della ristampa, invitando il lettore a leggere una nota importantissima inserita nelle prime pagine in cui rivela che questa non è altro che una nuova versione di un libro vecchio. Si lancia quindi in una dettagliata spiegazione di come il romanzo del 1978 mancasse di molti punti che lui riteneva essere essenziali per lo svolgimento e la comprensione della trama e che gli editori invece avevano ritenuto superflue e quindi tagliato. Per la prima stesura ci vollero sedici mesi e l’opera rischiò quasi di non vedere mai la luce: King ebbe diversi momenti di incertezza, appariva insoddisfatto dalla piega che la storia stava prendendo, i buoni e i cattivi stavano finendo per assomigliarsi troppo, facendo perdere di senso un’ipotetica scissione drastica dell’umanità. Egli stesso dichiarò che avrebbe abbandonato il progetto se solo non avesse scritto già più di cinquecento pagine e fosse convinto che il lavoro fosse davvero buono. Lo sblocco derivò dalla scoperta del vero tema dell’opera: dimostrare la violenza insita nell’animo umano. Una volta terminato il libro, mi sono subito informata sulla presenza di eventuali trasposizioni cinematografiche e il risultato è una miniserie in quattro puntate in cui lo stesso autore, come prassi, appare in un piccolo cameo.

È il 1990 quando l’errore (calcolato? Non si sa, ma si pensa di no.) di un computer contribuisce alla diffusione di un virus letale chiamato Captain Trips (o Progetto Azzurro). Si tratta di una mutazione della comune influenza, una superinfluenza quindi, che ha una virulenza pari al 99.4% e un tasso di mortalità che raggiunge il 100%. La nostra vicenda si svolge negli Stati Uniti, ma l’autore lascia intendere che sono presenti numerosi focolai in tutto il mondo. In brevissimo tempo, Captain Trips si libera di più del 99% della Terra risparmiando solo pochi umani e rarissime specie animali che rischiano comunque l’estinzione. Gli esigui sopravvissuti sono sparsi per i cinquanta stati della repubblica federale, sono spaventati e increduli dalla bizzarra piega che la loro vita prende e sono tutti accomunati dalla necessità di qualcuno che li guidi, che prenda decisioni per loro e dica loro cosa fare: necessitano di un nuovo ordine. Le direzioni possibili sono solo due: dall’est la chiamata giunge dal bene incarnato dall’ultracentenaria Mother Abigail; all’ovest, oltre le montagne rocciose, risiede il male rappresentato da Randal Flagg, l’uomo dai molti nomi, l’uomo che cammina, l’uomo che sorride.

Gli elementi mistici entrano in gioco e assumono importanza dal principio: le due “fazioni” ricercano “accoliti” tramite la trasmissione di sogni vividi che rassicurano o terrorizzano i sopravvissuti, a seconda che ad inviarli siano Mother Abigail o la sua contrapposizione malvagia. Questi sogni, o visioni, buone o maligne che siano, incutono un timore reverenziale. Nessuno sa spiegarle e si arriva a considerarle un argomento tabù nelle conversazioni, vietato parlarne, mentire se necessario, almeno fin quando è possibile, per continuare a credere che tutto è a posto.

Come detto in precedenza, ciascuno dei sopravvissuti si muove fondamentalmente in cerca di una nuova stabilità, di un posto sicuro e i loro passi si muovo nella direzione che la loro indole e il loro passato richiedono. C’è chi è assolutamente certo delle sue buone intenzioni e si muove verso est, allontanandosi dalle promesse fasulle del temibile uomo nero, stabilendosi a Boulder e chi paga il prezzo delle sue decisioni e delle sue azioni raggiungendo Las Vegas (luogo di dissoluzione per eccellenza) sotto lo sguardo attento e terrificante di Randal Flagg. Ma c’è anche chi rimane in una sorta di limbo, cambia – fisicamente e metaforicamente – strada più volte, guadagnando la fiducia di entrambe le fazioni. Per questi individui c’è un’unica soluzione e la loro fine è segnata. È il caso del giovane Harold Emery Lauder, bambino paffuto e deriso, che si trasforma in un adolescente grasso e brufoloso che vive di PayDay e infine in un uomo intellegibile, dal sorriso aperto, ma freddo e di intenzioni imperscrutabili. Sono le scritte e i dolcetti che si lascia alle spalle, come le briciole di pane di Hansel e Gretel, a guidare molti superstiti fino alla porta di Mother Abagail. Ma ancora una volta, Harold si trova a convivere con una comunità che non lo apprezza, che lo accantona e che, secondo lui, lo usa e umilia. Ben presto sviluppa un’insofferenza, un’invidia e un odio tali da culminare con un attacco interno al Comitato, cuore di Boulder e ad una conseguente fuga nel cuore della notte che rivela quando Harold sia codardo e meschino fino alla fine. Troppo tardi si accorge di essere stato solo uno strumento nelle mani di una mente più organizzata e malvagia della sua e il perdono per lui non è possibile, né accettabile. Un altro personaggio controverso è decisamente Nadine Cross, che impareremo ad identificare come la sposa promessa a Randal Flagg. Nadine ha coscienza del suo destino e ogni sua decisione nella vita l’ha portata a mantenersi vergine in attesa di questo momento. Tenta di combattere questa sua condizione e più volte cerca aiuto, ma più spesso lo rifiuta e quando, infine, il fato si compie, l’orribile verità la porta a un atto di sacrificio che ucciderà la progenie del male e di cui però nessuno prenderà atto, facendola scomparire silenziosamente dalla memoria di chi l’ha conosciuta. E infine, è doveroso citare il personaggio che impareremo a chiamare Quello delle pattumiere, per gli amici, Pattume. Pattume è pazzo, è un piromane e come tale predilige le grosse esplosioni e i grossi falò, ma è anche esperto di armi e legato come un fedele e bravo cane a Randal Flagg. In un atto di estrema devozione e di richiesta di perdono per gli attacchi insensati perpetrati al padrone, Pattume si presenterà a lui con l’Atomica, ponendo fine alla battaglia. Attenzione, alla battaglia e non alla guerra. Pur ritrovandosi senza un impero da comandare, Flagg non è morto e lo scopriamo nell’ultima sezione del libro intitolata Il cerchio si chiude, inserita solo nella ristampa.

Capirete ormai che i personaggi sono analizzati e sviluppati a tutto tondo in questo romanzo e che parlare di tutti comporterebbe ore. È impossibile non rimanere affascinati dalla loro personalità e dai loro tratti distintivi. Ognuno ha un valido motivo per stare esattamente lì dove si trova e l’autore spiega perfettamente le condizioni per cui non sarebbe stato possibile altrimenti. Gli ultimi che vi cito, li chiamerò i miei personaggi preferiti, quelli a cui mi sono affezionata di più: Nick Andros, il sordomuto, e Tom Cullen, il ritardato. Per quanto improbabile questa coppia possa apparire, i due viaggiano insieme fin dall’inizio e si rivelano capaci di azioni straordinarie. Stu Redman, invece, incarna perfettamente il ruolo del “leader per caso” e proprio per questo motivo si rivela con tutti i suoi dubbi e le sue insicurezze, che poi sono quello che ce lo fanno amare di più.

Il personaggio meglio costruito è indubbiamente Randal Flagg, frutto di anni di studio. Compare in diversi romanzi di Stephen King, primo tra tutti la serie de La torre nera. Randal Flagg viene descritto come uno stregone, un servo devoto all’oscurità che possiede poteri soprannaturali quali la necromanzia, la profezia e l’abilità di piegare la volontà delle persone. Non c’è nemmeno da chiedersi come possa godere di una così folta schiera di seguaci. Ha un aspetto molto comune: porta dei jeans, giacche di pelle e stivali da cowboy e colleziona spille, ne possiede addirittura una con il simbolo della pace che sfoggia per tutto il romanzo. Ne L’ombra dello scorpione è l’antagonista per eccellenza, il suo scopo è la realizzazione di conflitti e sfrutterà Captain Trips e l’indebolimento del genere umano per distruggere completamente la civiltà. Lo stesso King dice di lui:

Randal Flagg rappresenta il male reale.

È ovvio che siamo portati a parteggiare, senza ombra di dubbio, per la rassicurante Mother Abagail:

La gente da queste parti mi chiama Mamma Abagail. Ho 106 anni e continuo a fare il pane con le mie mani.

Randal Flagg e Mother Abagail hanno in mente due diversi tipi di società. Mentre uno vuole distruggere, l’altra cerca di creare. Las Vegas è la base scelta dal male. Nella città tutto sembra apparentemente normale, la vita è tranquilla e ognuno ha un compito che sia quello di raccogliere i rifiuti dalla strada o cambiare le lampadine rotte dei lampioni. Ma capiamo ben presto che è una bellissima facciata e ben altro si cela dietro la normalità. Randal Flagg utilizza i suoi poteri per soggiogare, intimidire e punire. Ci troviamo di fronte ad una sorta di autoritarismo: Randal Flagg è il dittatore, pilastro portante della città, che concentra su di sé ogni potere. Si circonda di persona fidate che possono scegliere solo tra l’ubbidire o tra il finire impiccati e squartati. I suoi occhi e le sue orecchie raggiungono qualsiasi posto, il timore si evince anche dal fatto che i cittadini temono ed evitano di parlare di lui e allo stesso tempo sono incapaci di abbandonarlo. A Boulder, invece, la civiltà tenta a fatica di risorgere dalle ceneri, più forte e migliore di quella defunta. Assistiamo alla creazione di un Comitato provvisorio, costituito da persone che si sobbarcano il gravoso compito di dare forma ad un ordine e stabilire delle regole con l’appoggio di tutta la comunità, con assemblee e votazioni. Ma dopo varie vicende, è chiaro che le buone intenzioni non bastano e che la storia non insegna. Ed è quello che ci fa tornare al tema portante del libro: l’uomo dimentica, è corruttibile e il male è connaturato dentro di lui.

Frannie”, disse e la voltò in modo da poterla guardare negli occhi.

Che cosa c’è, Stuart?”

Pensi… pensi che la gente impari mai qualcosa?”

Lei mosse le labbra per parlare, esitò, rimase zitta. […]

Non lo so”, rispose infine. Sembrò scontenta della propria risposta; si sforzò di dire qualcosa di più; di chiarire quelle parole; ma non poté che ripetere:

Non lo so.

Con questa recensione, ho definitivamente terminato un viaggio durato più di un mese e ho fatto pace con Stephen King che voglio ringraziare per essersi riscattato ampiamente e avermi fatto tornare la voglia di continuare a leggerlo. Se siete rimasti con me per tutta la durata della recensione e non vi siete addormentati, vi ringrazio sentitamente. Se poi vi è pure piaciuta, una stellina è più che gradita. Nel frattempo, vi segnalo l’uscita di Sleeping beauties uscito per Sperling & Kaupfer il 21 novembre.

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Titolo: L’ombra dello scorpione (The stand)
Autore: Stephen King
Casa editrice: Bompiani
Pagine: 929
Prezzo di copertina: 15 euro

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teen young, young adult

DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI YOUNG ADULT.

Per definizione, la categoria young adult raccoglie tutti quei libri scritti e pubblicati per raggiungere un pubblico formato da giovani adulti, quindi un lettore che si trovi indicativamente tra i dodici e i vent’anni. Il motivo per cui ha spopolato in brevissimo tempo non è un segreto: le tematiche e le trame trattano principalmente dei problemi legati all’adolescenza, alla crescita e alle difficoltà che questo comporta, tutte cose in cui il giovane lettore si può riconoscere. Spezzando una lancia a favore del genere, l’idea di impegnarsi in argomenti importanti e attuali come il razzismo, il bullismo, il suicidio giovanile e l’abuso di alcol e droghe gli fa onore. Purtroppo, spesso (e attenzione, prima che mi scagliate delle pietre: ho detto spesso, non sempre), lo sviluppo dell’idea non si rivela essere buono quanto l’idea stessa e si finisce per dare vita a prodotti mediocri, con messaggi del tutto fuorvianti e dalla dubbia moralità. Mi rendo conto di star camminando pericolosamente sul filo di un rasoio, quindi specifico che non sto incriminando nessuno e che potete tranquillamente continuare a leggersi, magari usando un po’ più di occhio critico e accettare il fatto che presentino dei difetti oggettivi. Io non leggo spesso young adult, ma non nego che qualcuno mi passa per le mani e ho individuato alcune cose irritanti che si ripetono, chiamatelì clichés se volete, io le chiamo mancanze, debolezze, pecche.

1. SINDROME DEL BAMBINO SPECIALE ( o del prescelto)
Il/la protagonista presenta sempre una peculiarità, una caratteristica che la distingue dal resto del mondo. Ha quasi sempre un passato oscuro e traumatico e si rivelerà essere l’unica in grado di sconfiggere il grande nemico, magari perché una profezia l’ha detto.

2. IL TRIANGOLO NO
Triangolo, quadrilatero, ottagono. Il/la protagonista viene coinvolta in un amore a più lati. Solitamente lo sviluppo di questa difficile storia avviene nelle trilogie. Nel primo libro incontriamo un ragazzo A – quasi sempre bellissimo e terribile – di cui il personaggio principale si innamora ed è normale, va bene. Ma ecco che nel secondo libro, immancabilmente, appare il ragazzo B. Il nostro personaggio principale entra in uno stato di confusione, in cui non sa decidere a chi dei due tiene di più, quindi decide che tenerli entrambi sia giusto. NO, RAGAZZI, NO. Non è un comportamento corretto, né rispettoso, né adulto. Nella vita bisogna sapere fare delle scelte e prendere in giro le persone non è un’opzione valida.

3. LOVE IS ALL YOU NEED.
Il romance è ciò che più rovina uno young adult. Rivolgendosi a dei giovani adulti è normale che sia presente all’interno del libro, ma non deve essere la priorità. Spesso l’idea centrale viene abbandonata in favore del romance, facendo perdere di senso la trama e peccare i personaggi di caratterizzazione.

4. SINDROME DI STOCCOLMA.
Negli young adult fantasy, il/la protagonista viene costretta a vivere con personaggi che lo/a maltrattano, con severi guardiani che lo/a puniscono per ogni infrazione. Il nostro protagonista finisce per accettare la sua condizione e sottomettersi volontariamente ad esseri che appaio superiori e quando l’occasione di ucciderli si presenterà, sceglieranno di salvarli, rinunciando così a liberarsi e porre fine ai soprusi. Devo aggiungere qualcosa, o ci arrivate da soli al messaggio che passa?

5. IL REALISMO.
Come dice Ilenia Zodiaco, il realismo. Prendendo ad esempio sempre gli young adult fantasy/paranormal/distopici, questi mancano completamente di realismo. Quasi tutti iniziano con una realtà solida e affermata, ma poi avviene qualcosa per cui questa realtà si incrina e veniamo catapultati in un altro tipo di mondo e così il nostro protagonista. Ora, non so voi, ma se da un attimo all’altro venissi catapultato in una realtà parallela totalmente differente da quella che ho vissuto fino a quel momento, io mi sentirei confusa, spaesata e terrorizzata. Ma i nostri personaggi no, loro sono tranquillo e annuiscono compiaciuti, loro l’hanno sempre saputo in fondo e si adattano subito. E avete presente tutte i personaggi goffi che incontriamo all’inizio del libro? Erano una copertura: una settimana di allenamento e sono diventati i Rocky balboa e i Jackie Chan dei poveri – saltano, corrono, lanciano coltelli etc. REALLY?

6. RELAZIONI INSTABILI.
Ultimo, ma non per importanza. Dedicato a tutte le donne vittime di abusi e violenza e a tutte quelle che sono riuscite ad uscire da una relazione instabile solo pagando con la vita. Scrittori di young adult, fatevi un esame di coscienza, ai milioni di giovani lettori che vi seguono date un modello e quello che state dando fino ad ora è sbagliato. Il bad boy non è intrigante, è spaventoso. Il bad boy si trasforma in un orco che picchia e maltratta e insulta senza motivo. Questo in una relazione non è okay, è da denunciare.

Questi sei punti esposti, sono una cernita di tutto quello che maggiormente non sopporto all’interno degli young adult. Voi avete qualcos’altro da segnalarmi? Se sì, potete farlo in un commento qui sotto! Che sia un weekend di buone letture!

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TEASER TUESDAY | LA STAGIONE DELLA FALCE, SAMANTHA SHANNON

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Le regole sono poche e molto semplici:

  1. Prendi il libro che stai leggendo.
  2. Aprilo ad un pagina a caso.
  3. Condivi un estratto di suddetta pagina.
  4. Ma fai moltissima attenzione agli spoiler.
  5. Riporta titolo e autore ed eventuali ulteriori informazioni necessari ai tuoi lettori per rintracciare il magnifico libro molto più facilmente.

Mi piace immaginare che all’inizio fossimo di più. Non molti, magari, ma più di quanti siamo adesso. Noi siamo la minoranza che il mondo non accetta. Non al di fuori della fantasia, almeno, e anche in quella siamo nella lista nera. Come aspetto, somigliamo a chiunque altro. A volte ci comportiamo come chiunque altro. Sotto molti profili, siamo davvero come chiunque altro. Siamo dappertutto, in ogni strada. Viviamo in un modo che di primo acchito si potrebbe considerare normale. Non tutti hanno consapevolezza di sé. Alcuni muoiono senza sapere mai chi sono; alcuni sanno e non vengono mai scoperti. Ma ci siamo. Credetemi, ci siamo.

Quello che avete appena letto è l’estratto, nonché l’incipit, di La stagione della falce (The Bone Season) della giovanissima Samantha Shannon. Questo libro costituisce la mia seconda lettura per la Tome Topple Readathon e si tratta di uno young adult, distopico, paranormal fantasy, insomma un miscuglio di un po’ troppe cose. L’ho appena iniziato e non mi va di sputare sentenze, ma dopo un capitolo vi posso dire che ci sono troppe informazioni lanciate una dopo l’altra e sto facendo davvero fatica a ricordare tutto. In 503 pagine può accadere qualsiasi cosa, perciò chiudo qui l’articolo e vado a continuare la lettura.

Come sempre, se avete letto questo libro, fatemi sapere che cosa ne pensate!

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MOVIE | IL LABIRINTO DEL FAUNO, GUILLERMO DEL TORO

Buonasera e bentrovati, oggi accantoniamo i libri e ci dedichiamo ai film, perché per quanto io abbia pochissimo tempo e riesca a vederne uno/due al mese, il cinema rimane una mia grande passione. Oggi vi parlo di Il labirinto del fauno (El laberinto del fauno), un film del 2006 scritto e diretto dall’eccezionale Guillermo del Toro – uomo dai moltissimi talenti: regista, sceneggiatore, produttore cinematografico e scrittore messicano. L’ho conosciuto troppo tardi con Crimson Peak, ma ho imparato ad apprezzarlo grazie alla serie animata Trollhunters prodotta da Netflix (esiste anche il libro edito DeAgostini) e alla serie tv horror The Strain trasmessa da Fox, di cui voglio recuperare anche la trilogia cartacea (La progenie, La Caduta, Notte Eterna).

Ho scoperto, a posteriori, che Il labirinto del fauno fa parte di una trilogia (incompleta, che spero non venga abbandonata) di film fantastici ambientati durante la guerra civili e il dopoguerra spagnolo. Si tratta, quindi, di un film che presenta una realtà storica in chiave fantasy – horror, quasi una sorta di fiaba dark e, infatti, l’incipit con cui veniamo introdotti nella storia ricorda un po’ quello delle favole:

« Tanto tempo fa, nel regno sotterraneo, dove la bugia, il dolore, non hanno significato, viveva una principessa che sognava il mondo degli umani. Sognava il cielo azzurro, la brezza lieve e la lucentezza del sole. Un giorno, traendo in inganno i suoi guardiani, fuggì. Ma appena fuori, i raggi del sole la accecarono, cancellando così la sua memoria. La principessa dimenticò chi fosse e da dove provenisse. Il suo corpo patì il freddo, la malattia, il dolore, e dopo qualche anno morì. Nonostante tutto, il Re fu certo che l’anima della principessa avrebbe, un giorno, fatto ritorno, magari in un altro corpo, in un altro luogo, in un altro tempo. L’avrebbe aspettata, fino al suo ultimo respiro. Fino a che il mono non avesse smesso di girare. »

L’anno è il 1944, il luogo la Spagna franchista. La guerra civile si è conclusa e Francisco Franco ha preso il potere, ma nelle zone montuose sono ancora presenti dei ribelli che non si arrendono al nuovo regime. È in questo contesto che conosciamo Ofelia, una bambina dotata di una fervida immaginazione che sviluppa una realtà parallela in cui la magia e il fantastico regnano sovrani. Nella casa in cui risiede, insieme alla madre e al patrigno, Ofelia scopre un antico labirinto e incontra un fauno che le rivela che lei è la reincarnazione della principessa Moana, figlia del Re del mondo sotterraneo e che per ritornarvi dovrà superare tre difficili prove.

L’intero film si svolge su due dimensioni narrative che si intrecciano e si mescolano in modo tanto sottile e delicato da produrre un effetto sublime e surreale. C’è la realtà, in cui Ofelia viene costretta a trasferirsi nella casa di un capitano franchista, nuovo compagno della madre, che fin dalle prime scene si rivela un uomo brutale, cattivo, che per la bambina non prova nessun affetto. C’è una madre che dichiara di “essere stata sola troppo a lungo” dopo la morte del vero padre di Ofelia e che per questo chiude gli occhi davanti a tanta violenza, pur amando immensamente la figlia. C’è il piano immaginario, in cui il labirinto rappresenta un porto sicuro, un luogo di pace, un rifugio dagli orrori della realtà. Esteticamente parlando il film è divino.

Con il dipanarsi della trama, assistiamo ad un viaggio di formazione della principessa Moana. Proprio come nelle favole, per riconquistare il posto che le spetta deve affrontare tre prove e abbiamo tutti gli elementi che porteranno alla crescita del personaggio. Primo tra tutti è il fauno, che assume la funzione di un mentore e ha il compito di istruire Ofelia, di rivelare la sua natura e di indirizzarla sul suo cammino e le prove che dovrà superare. Una di queste è la paura, identificata con l’uomo pallido, una creatura umanoide con un corpo bianco latte e raggrinzito, dotato di lunghe dita artigliate e creatura molto affascinante (insieme al fauno). Il suo tratto distintivo è il così detto Tenome: l’uomo pallido ha un’anatomia scombinata e uno delle sue peculiarità più grottesche sono i bulbi oculari sui palmi delle mani. La scena che lo riguarda è una di quelle che dopo la fine del film si ricordano maggiormente, l’uomo pallido è, infatti, la personificazione dell’incubo. L’ultima prova, quella più difficile, il cui superamento la riporterà nella sua vera casa è il sacrificio: il fauno la incita a donare il sangue del fratellino appena nato – sangue di un innocente – per aprire la porta, Ofelia rifiuta all’istante. Questa si rivela la scelta giusta, perché come ci rivela il narratore, il sangue innocente richiesto è il suo e la principessa Moana fa finalmente ritorno nel mondo sotterraneo.

Spendiamo ora due parole, sul generale Vidal, che all’interno della storia rappresenta il vero antagonista. Si tratta di un ufficiale franchista che rappresenta una figura pseudo genitoriale per Ofelia. Il generale Vidal brutale, crudele e sadico (fortissime le scene degli interrogatori) rappresenta tutta la ferocia dell’autoritarismo del regime. Proprio come nelle fiabe, i suoi uomini sono gli orchi cattivi e il manipolo di ribelli che si battono contro di loro sono gli eroi della storia.

Questo film, oltre a riprodurre uno spaccato storico sulla Spagna franchista, ci parla di soprusi e di innocenza e di un mondo alternativo, creato su misura, in cui trovare pace. Respirare ed essere liberi. Le ultime scene sono strazianti e ci rivelano che il potere dell’immaginazione, per quanto forte, non riuscirà a salvare Ofelia dalle atrocità del mondo in cui vive.

Cercherò di recuperare al più presto il primo film della trilogia “La spina del diavolo”. Nel frattempo, voi avete visto questi due film? Avete visto qualcos’altro di Guillermo del Toro? Che cosa ne pensate? Come sempre, se l’articolo vi è piaciuto, non dimenticate di lasciare una stellina. A presto!

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